No, i totalitarismi sono due

Spesso gli uomini riescono a vedere con chiarezza da una sola finestraIsaiah Berlin Leggendo il ponderoso volume di Giampietro Berti, Crisi della civiltà liberale e destino dell’Occidente nella coscienza europea tra le due guerre (Ed. Rubbettino, Soveria Mannelli 2021) si resta ammirati dalla capacità dell’autore —già professore ordinario di Storia contemporanea l’Università di Padova e impareggiabile storico del pensiero politico, soprattutto anarchico— per l’ampiezza dei temi trattati, la competenza nell’analisi delle grandi correnti dottrinarie dell’800 e del 900, la capacità di ricostruire, in modo chiaro ma senza semplificazioni, le visioni del mondo di storici, filosofi, agitatori politici, rivoluzionari di professione che hanno segnato il nostro tempo.Non è facile incontrare storici che ritengano decisivi per comprendere la crisi della civiltà liberale pensatori come Henri Bergson, Edmund Husserl, Martin Heidegger, Wilhelm Dilthey, Karl Jaspers, Jean-Paul Sartre, Ludwig Wittgenstein e non soltanto i sempre ricordati  Oswald Spengler, Ortega y Gasset, Nikolaj Berdjaev, Johann Huizinga, Simone Weil, Salvador de Madariaga, Stephan Zweig, Ernst Junger.Va inoltre riconosciuto a Berti il grande merito di aver richiamato l’attenzione —oltreché sui grandi nomi dell’alta cultura europea e occidentale, tra le due guerre: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Bertrand Russell, Joseph A. Schumpeter, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Raymond Aron, Georges Sorel, Vilfredo Pareto—anche su scrittori se non proprio dimenticati come Guglielmo Ferrero (di cui peraltro, da anni non si parla più) anche su figure ritenute a torto minori e in ogni caso rimosse — come Rudolf Rocker e Novello Papafava.Riassumiamo con le sue parole, il significato del lavoro intellettuale svolto (è presumibile immaginare nel corso di molti anni): “Vogliamo indagare, sul piano della storia delle idee, le ragioni per cui, a fronte di visioni del mondo radicalmente avverse alle sue finalità ideali (come lo sono stati il comunismo, il fascismo e il nazismo), essa non è stata in grado di difendere il cuore stesso della sua ragion d’essere, ovvero la libertà”.  Due sono le colonne portanti di questo complesso edificio concettuale: la categoria della modernità e il fenomeno del totalitarismo. Modernità e totalitarismo sono termini strettamente intrecciati giacché il secondo, nella sua natura più profonda, altro non è che l’opposizione ontologica alla prima intesa come “affermazione dell’individualismo” ovvero “prioritaria rivendicazione della soggettività autofondatasi e sciolta prioritariamente da ogni vincolo”, Il fascismo e il comunismo “sono stati i nemici implacabili di ogni libertà individuale, precisamente quella libertà dei moderni rinvenibile nella classica definizione di Benjamin Constant: la libertà non altro è che ’il pacifico godimento dell’indipendenza privata”, “realizzazione del pluralismo politico-sociale da cui scaturisce la prevalenza dell’azione elettiva sull’azione prescrittiva, cioè l’individualismo; l’istituzionalizzazione del mutamento culturale e, per conseguenza, il relativismo assiologico”. Come gli studiosi a lui più vicini, Luciano Pellicani e Domenico Settembrini—“geniali, indimenticabili maestri del pensare libero e critico”—alla cui memoria è dedicato il libro, Berti non  ha un atteggiamento panglossiano nei confronti  della modernità.A suo avviso fu Guglielmo Ferrero a coglierne esattamente il carattere fondamentale, «che non è dato soltanto dallo sviluppo inesausto e impetuoso della logica produttiva volta alla conquista tecnica dell’intero esistente (“con le macchine mosse dal vapore e dall’elettricità comincia l’insonnia del mondo”), ma è anche caratterizzato, per l’appunto, dall’anomia del suo procedere, ovvero dalla perdita di ogni senso finalistico, essendo una trasformazione pervasa dalla supremazia del fare sull’essere, dalla frenesia dell’azione per l’azione. Con quale risultato? Questo: una massificazione generale, un azzeramento di ogni specificità, una vittoria della civiltà quantitativa sulla civiltà qualitativa, un’evidente “agonia dell’umanesimo e del cristianesimo”. E poiché il sogno di un riscatto totale dalla penuria e dai limiti umani è impossibile, si è avuta, per logica conseguenza, una permanente insoddisfazione, espressa dalla paradossale, ma del tutto logica eterogenesi dei fini, riassumibile con questo lapidario giudizio: gli uomini hanno “creato l’impotenza moltiplicando la forza”».Si ha quasi l’impressione che, per questa scuola di pensiero—peraltro non poco benemerita se si pensa al monismo ideologico della cultura politica dal secondo dopoguerra egemone nel nostro paese― l’accettazione delle ’benedizioni della modernità, come le chiamava Albert Hirschman, richieda un’umanità matura e virile, dotata del senso del limite, e disposta a rinunciare  alla  ‘fusione comunitaria’ assicurata dai regimi premoderni, in grado di riempire spiritualmente la vita  degli individui ma sottomettendoli a

No, i totalitarismi sono due

Spesso gli uomini riescono a vedere con chiarezza da una sola finestra

Isaiah Berlin

 

Leggendo il ponderoso volume di Giampietro Berti, Crisi della civiltà liberale e destino dell’Occidente nella coscienza europea tra le due guerre (Ed. Rubbettino, Soveria Mannelli 2021) si resta ammirati dalla capacità dell’autore —già professore ordinario di Storia contemporanea l’Università di Padova e impareggiabile storico del pensiero politico, soprattutto anarchico— per l’ampiezza dei temi trattati, la competenza nell’analisi delle grandi correnti dottrinarie dell’800 e del 900, la capacità di ricostruire, in modo chiaro ma senza semplificazioni, le visioni del mondo di storici, filosofi, agitatori politici, rivoluzionari di professione che hanno segnato il nostro tempo.

Non è facile incontrare storici che ritengano decisivi per comprendere la crisi della civiltà liberale pensatori come Henri Bergson, Edmund Husserl, Martin Heidegger, Wilhelm Dilthey, Karl Jaspers, Jean-Paul Sartre, Ludwig Wittgenstein e non soltanto i sempre ricordati  Oswald Spengler, Ortega y Gasset, Nikolaj Berdjaev, Johann Huizinga, Simone Weil, Salvador de Madariaga, Stephan Zweig, Ernst Junger.

Va inoltre riconosciuto a Berti il grande merito di aver richiamato l’attenzione —oltreché sui grandi nomi dell’alta cultura europea e occidentale, tra le due guerre: Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Bertrand Russell, Joseph A. Schumpeter, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Raymond Aron, Georges Sorel, Vilfredo Pareto—anche su scrittori se non proprio dimenticati come Guglielmo Ferrero (di cui peraltro, da anni non si parla più) anche su figure ritenute a torto minori e in ogni caso rimosse — come Rudolf Rocker e Novello Papafava.

Riassumiamo con le sue parole, il significato del lavoro intellettuale svolto (è presumibile immaginare nel corso di molti anni): “Vogliamo indagare, sul piano della storia delle idee, le ragioni per cui, a fronte di visioni del mondo radicalmente avverse alle sue finalità ideali (come lo sono stati il comunismo, il fascismo e il nazismo), essa non è stata in grado di difendere il cuore stesso della sua ragion d’essere, ovvero la libertà”.  

Due sono le colonne portanti di questo complesso edificio concettuale: la categoria della modernità e il fenomeno del totalitarismo. Modernità e totalitarismo sono termini strettamente intrecciati giacché il secondo, nella sua natura più profonda, altro non è che l’opposizione ontologica alla prima intesa come “affermazione dell’individualismo” ovvero “prioritaria rivendicazione della soggettività autofondatasi e sciolta prioritariamente da ogni vincolo”, Il fascismo e il comunismo “sono stati i nemici implacabili di ogni libertà individuale, precisamente quella libertà dei moderni rinvenibile nella classica definizione di Benjamin Constant: la libertà non altro è che ’il pacifico godimento dell’indipendenza privata”, “realizzazione del pluralismo politico-sociale da cui scaturisce la prevalenza dell’azione elettiva sull’azione prescrittiva, cioè l’individualismo; l’istituzionalizzazione del mutamento culturale e, per conseguenza, il relativismo assiologico”.

 Come gli studiosi a lui più vicini, Luciano Pellicani e Domenico Settembrini—“geniali, indimenticabili maestri del pensare libero e critico”—alla cui memoria è dedicato il libro, Berti non  ha un atteggiamento panglossiano nei confronti  della modernità.

A suo avviso fu Guglielmo Ferrero a coglierne esattamente il carattere fondamentale, «che non è dato soltanto dallo sviluppo inesausto e impetuoso della logica produttiva volta alla conquista tecnica dell’intero esistente (“con le macchine mosse dal vapore e dall’elettricità comincia l’insonnia del mondo”), ma è anche caratterizzato, per l’appunto, dall’anomia del suo procedere, ovvero dalla perdita di ogni senso finalistico, essendo una trasformazione pervasa dalla supremazia del fare sull’essere, dalla frenesia dell’azione per l’azione. Con quale risultato? Questo: una massificazione generale, un azzeramento di ogni specificità, una vittoria della civiltà quantitativa sulla civiltà qualitativa, un’evidente “agonia dell’umanesimo e del cristianesimo”. E poiché il sogno di un riscatto totale dalla penuria e dai limiti umani è impossibile, si è avuta, per logica conseguenza, una permanente insoddisfazione, espressa dalla paradossale, ma del tutto logica eterogenesi dei fini, riassumibile con questo lapidario giudizio: gli uomini hanno “creato l’impotenza moltiplicando la forza”».

Si ha quasi l’impressione che, per questa scuola di pensiero—peraltro non poco benemerita se si pensa al monismo ideologico della cultura politica dal secondo dopoguerra egemone nel nostro paese― l’accettazione delle ’benedizioni della modernità, come le chiamava Albert Hirschman, richieda un’umanità matura e virile, dotata del senso del limite, e disposta a rinunciare  alla  ‘fusione comunitaria’ assicurata dai regimi premoderni, in grado di riempire spiritualmente la vita  degli individui ma sottomettendoli a idoli religiosi e a istituzioni politiche sacralizzate, atti a vanificare ogni conato di libertà.

Per Berti, l’interpretazione liberaldemocratica del totalitarismo è quella che più ne coglie l’ispirazione di fondo, « nel criterio che assimila, in un unico giudizio storico-politico, il fascismo al comunismo, accostamento senza il quale non è possibile capire lo stesso fascismo». 

«Il fascismo è perfettamente accomunabile al comunismo, avendo, come questo, la sua originaria matrice nel giacobinismo, cioè a sinistra. Del tutto inclini a realizzare un autentico organicismo sociale, fascisti e comunisti si pongono contro l’ethos borghese e liberale; sono, cioè, irrimediabil-mente avversi a ogni forma di individualismo e pertanto contrari alla modernità. In quanto fautori di una divinizzazione della politica – premessa necessaria per la pervasiva invadenza dello Stato nella società civile –, il fascismo e il comunismo sono due forme diverse di un unico fenomeno, il totalitarismo. |…| Il comunismo, il fascismo e il nazismo sono stati accomunati dal rigetto della modernità laica ed edonistica prodotta dal capitalismo e dal regime liberale e pertanto sono stati propensi alla creazione di una società organica, la cui profonda natura è da ravvisarsi senz’altro nel rifiuto della “democrazia dei moderni”.

Anche se in modo difforme, queste diverse espressioni totalitarie hanno avuto soprattutto un nemico comune, la società borghese e, per conseguenza, l’autonomia dei singoli, la società di mercato e l’atomizzazione della vita sociale. Esse segnano la distanza che separa i loro autori dalla civiltà liberale e dall’individualismo metodologico. Sono tutte, senza distinzione, contro la libertà degli individui e costituiscono, indubitabilmente, la cifra più antimoderna della modernità. Infatti, ogni totalitarismo si fonda, innanzitutto, sulla premessa radicale dell’organicismo come ’apologia ’ontologica” del collettivo», e pertanto come negazione e rifiuto dei particolarismi individualistici”».

Debbo confessare che l’appiattimento operato da Berti del fascismo sul comunismo in quanto entrambi anti-liberalismi assoluti mi appare, per molti versi, problematico. 

«In linea generale—scrive― si deve infatti dire che, mentre il liberalismo pone l’accento su l’homo oeconomicus, il totalitarismo enfatizza l’homo politicus, per cui il primo è incline alla logica catallatica, fondata sul mercato quale strumento di cooperazione, il secondo è incline alla logica del potere, fondata sul dominio. Sotto il profilo epistemologico il totalitarismo può essere “razionale”, ma non può mai essere “ragionevole”. Perciò a dispetto di quanto affermano i francofortesi, non è figlio dell’illuminismo perché questo – essendo prima di tutto consapevolezza dei limiti della ragione – è il contrario di ogni astrazione disumana. E poiché la cultura della borghesia è prima di tutto la cultura della moderazione, cioè, appunto, della ragionevolezza e del buon senso, il liberalismo non ha nulla a che fare con il delirio di onnipotenza tipico di tutti gli estremismi razionalistici così come si sono espressi nel fenomeno totalitario del xx secolo».

Viene  da pensare  che alle origini di queste equiparazioni concettuali vi sia la tentazione di fare del totalitarismo il punto d’incontro di tutto “il mal seme d’Adamo”, col rischio di negare ogni valore all’una e all’altra delle due ideologie totalitarie prese in esame, viste come inquietanti, ombre della Geenna che avvelenano il tormentato cammino della modernità. Al comunismo, così, non si riconosce alcuna ascendenza illuministica, giacché l’illuminismo era prima di tutto ‘consapevolezza dei limiti della ragione’. Ciò significa che la mathématique sociale di Condorcet, le utopie dei Mably e dei Morelly, lo stesso assolutismo illuminato non avevano  nulla a che vedere con le Lumières.

Un grande studioso dell’età dei Lumi, Bronislaw Baczko ha scritto che l’illuminismo:

«ha lasciato in eredità alla rivoluzione francese qualcosa che era al tempo stesso meno e più di una o di alcune dottrine politiche, sistemi che aspettavano soltanto di essere trascritti nei fatti. L’eredità che esso ha lasciato consisteva soprattutto in un certo stile di pensiero e in un insieme specifico di rappresentazioni e di attese, in cui si coniugavano politica e morale. Il discorso pedagogico rivoluzionario fornisce un esempio importante di questa eredità che rimane come un fondo comune di idee nel corso di tutta la rivoluzione, nonostante i vari cambiamenti. Fin dall’inizio la rivoluzione si vede accordare una vocazione pedagogica, quella di rigenerare la nazione e di formare un popolo nuovo, e questa missione esercita un irresistibile fascino sui poteri successivi. L’eredità dell’Illuminismo si riconosce facilmente: non si tratta di idee prese da questa o quell’opera, ma piuttosto della continuazione di quello slancio pedagogico che percorre l’Illuminismo, il sogno di formare uomini nuovi, liberi da ogni pregiudizio, resi perfetti per il loro tempo». 

Il sogno di formare un ‘popolo nuovo’ non motivava la prassi e le teorie giacobine? E venendo all’altro versante, nessun valore rispettabile troviamo nel totalitarismo fascista? Berti cita un brano significativo di Giovanni Amendola―L’Italia sulla soglia del dopoguerra, in id., La nuova democrazia. Discorsi politici (1919-1925), a cura di Sabato Visco, Ricciardi, Milano-Napoli 1976:

«la vecchia società borghese, su cui cadde l’implacabile sentenza della storia nell’agosto del ’14, era fondata sul dogma individualista; pietra angolare su cui poggiavano il particolarismo degli individui, delle classi e degli Stati, e la conseguente anarchia degli interessi privati e dei rapporti internazionali. Riconosciamo oggi, in quel dogma, un errore; ed è in quell’errore la causa prima del cataclisma storico di cui fummo spettatori ed attori. L’individuo non ha diritti assoluti contro la tradizione e contro la società; perché tradizione e società entrano a costituirlo in larga misura. Pertanto l’autonomia del singolo, su cui è fondata la libertà civile, non assolve l’individuo dalle sue responsabilità verso il passato, il presente e l’avvenire della società in cui egli vive; anzi le rende più precise ed imperative». 

A leggerlo senza preconcetti non vi troviamo i valori cui dicono di volersi ispirare i movimenti totalitari di destra—” L’individuo non ha diritti assoluti contro la tradizione e contro la società; perché tradizione e società entrano a costituirlo in larga misura”? E, nel caso di Amendola non sta qui la ragione del rammarico che il ‘duce’ espresse a Yvon de Begnac per il fatto che Amendola, pur ‘essendo dei nostri’, non aveva compreso lo spirito  del fascismo?

Ma in che senso poi, fascismo e comunismo sono il negativo (in senso fotografico) della modernità? Si potrebbe riassumere: sono antimoderni perché: a) vittime del processo di secolarizzazione, alla base dell’inarrestabile mutamento sociale; b) legati a un modello comunitario e organicistico che riempie di chiodi e rischia di mandare in rovina la strada del progresso; c) ‘prigionieri del passato’, risentiti contro  la storia che ha voltato pagina e quindi  disposti a impiegare la violenza pur di arrestare il “nuovo che avanza”; d)  feriti dal modello ‘individualistico’ artificiale, innaturale e quindi inumano; e) finiti sotto le macerie col crollo della ‘casa in ordine’ foriera di perdita di potere e di influenza, ai piani alti dell’edificio sociale, e di sicurezza e di identità, ai piani bassi.

A ben riflettere ci troviamo dinanzi alla ripulsa del totalitarismo da parte del razionalismo neo-illuminista, peraltro immemore delle lontane ascendenze che legano uno dei due totalitarismi, quello comunista, alla stagione dei Lumi. L’homo totalit arius, in questa ottica, è uno che rifiuta il ’principio di realtà—e quindi costituisce oggetto di studio per lo psicanalista sociale; è uno che non vuole perdere ricchezza e prestigio—e quindi diventa un nemico politico sia della democrazia liberale borghese che del socialismo; è uno che non vuol perdere il conforto della religione—e quindi non è entrato nell’età adulta.

Insomma l’homo totalitarius è tutto tranne che portatore di ‘valori’ che possono piacere o non piacere ma che rinviano a ‘fini’ irriducibili alle ideologie codificate giacché sono bisogni iscritti nell’umano non mera espressione di ‘falsa coscienza’ o di errori della mente dovuti ad atavismi e a immaturità civica. Nell’ottica di Berti e di Pellicani, si possono scrivere eccellenti storie delle idee ma si resta al di fuori della grande stagione revisionistica inaugurata in Italia da Renzo de Felice, in Francia da François Furet, in Germania da Ernst Nolte.

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