L'Unesco lancia l'allarme: "Le giornaliste sono vittime di violenza online"

AGI - E' una situazione "complessa" quella che riguarda la libertà di stampa nel mondo. Infatti, se è vero che negli ultimi anni sono migliorati alcuni indicatori, in particolare l'impegno degli Stati per garantire questa libertà, è anche vero che sono emerse nuove sfide, come quella delle violenze online, che colpiscono soprattutto le giornaliste. A dirlo all'AGI è Guilherme Canela, direttore dell'Ufficio per la libertà di espressione e la sicurezza dei giornalisti dell'Unesco. "Abbiamo una situazione complessa, ma se confrontiamo la situazione a 30 anni fa, cioè quando l'Unesco e altre organizzazioni adottarono la cosiddetta Windhoek declaration, che sottolinea l'importanza della libertà, dell'indipendenza e del pluralismo dell'informazione, abbiamo fatto grandi passi in avanti", spiega Canela. Infatti, "30 anni fa nel mondo avevamo solo 10 Paesi che avevano leggi in difesa della libertà di informazione, mentre oggi ne abbiamo oltre 130 e questo è estremamente importante", prosegue Canela. "Oggi in tutte le regioni del mondo vi sono legislazioni per proteggere la libertà di stampa, per proteggere i giornalisti e perseguire chi commette violenze nei loro confronti. Tuttavia - osserva Canela -, a questo trend positivo si affiancano ora nuovi trend negativi. Mi riferisco ai giornalisti molestati, arrestati in modo arbitrario, sequestrati, attaccati online o fisicamente, a volte uccisi, in molti Paesi del mondo. Purtroppo tutto questo ancora esiste", prosegue Canela spiegando che fra il 2016 e la fine del 2020 "sono stati 400 i giornalisti uccisi per il loro lavoro". Nei 5 anni precedenti erano stati 491, quindi si è registrata una riduzione di quasi il 20%. Resta però altissima l'impunità: "Dai nostri dati, solo un omicidio su 10 può essere considerato risolto dal punto di vista giudiziario. C'è quindi una enorme impunità, pari al 90%, e questo rafforza la violenza", osserva Canela. Per contrastare questo fenomeno "l'Unesco ha ideato una iniziativa rivolta ai magistrati che ha consentito finora di formare e sensibilizzare oltre 23 mila magistrati e 8.500 membri delle forze di sicurezza sulla libertà di espressione, l'accesso all'informazione e la protezione dei giornalisti in 150 Paesi del mondo". L'iniziativa prevede corsi online, workshop in presenza e la pubblicazione di una serie di linee guida e altri documenti. Per Canela, "è difficile dire quali sono i Paesi più a rischio per i giornalisti. Se prendiamo in considerazione il dato sugli omicidi che abbiamo elabotato come Unesco, sono gli Stati dell'America Latina e dell'area Asia-Pacifico che hanno il più alto numero. Ma se osserviamo altri indicatori, come le violenze subite durante la copertura di proteste, constatiamo che sono coinvolte tutte le regioni del mondo con ben 65 i Paesi dove sono state rilevate". Alle violenze fisiche si aggiungono oggi quelle online, che colpiscono in particolar modo le donne: "Secondo una indagine che abbiamo realizzato in 125 Paesi, 7 giornaliste su 10 sono state vittime di aggressioni online", spiega Canela. E per fermarle, conclude, "Stati membri dell'Onu hanno lanciato piani per la sicurezza dei giornalisti che intervengono con risposte mirate". 

L'Unesco lancia l'allarme: "Le giornaliste sono vittime di violenza online"

AGI - E' una situazione "complessa" quella che riguarda la libertà di stampa nel mondo. Infatti, se è vero che negli ultimi anni sono migliorati alcuni indicatori, in particolare l'impegno degli Stati per garantire questa libertà, è anche vero che sono emerse nuove sfide, come quella delle violenze online, che colpiscono soprattutto le giornaliste. A dirlo all'AGI è Guilherme Canela, direttore dell'Ufficio per la libertà di espressione e la sicurezza dei giornalisti dell'Unesco. "Abbiamo una situazione complessa, ma se confrontiamo la situazione a 30 anni fa, cioè quando l'Unesco e altre organizzazioni adottarono la cosiddetta Windhoek declaration, che sottolinea l'importanza della libertà, dell'indipendenza e del pluralismo dell'informazione, abbiamo fatto grandi passi in avanti", spiega Canela.

Infatti, "30 anni fa nel mondo avevamo solo 10 Paesi che avevano leggi in difesa della libertà di informazione, mentre oggi ne abbiamo oltre 130 e questo è estremamente importante", prosegue Canela. "Oggi in tutte le regioni del mondo vi sono legislazioni per proteggere la libertà di stampa, per proteggere i giornalisti e perseguire chi commette violenze nei loro confronti. Tuttavia - osserva Canela -, a questo trend positivo si affiancano ora nuovi trend negativi. Mi riferisco ai giornalisti molestati, arrestati in modo arbitrario, sequestrati, attaccati online o fisicamente, a volte uccisi, in molti Paesi del mondo.

Purtroppo tutto questo ancora esiste", prosegue Canela spiegando che fra il 2016 e la fine del 2020 "sono stati 400 i giornalisti uccisi per il loro lavoro". Nei 5 anni precedenti erano stati 491, quindi si è registrata una riduzione di quasi il 20%. Resta però altissima l'impunità: "Dai nostri dati, solo un omicidio su 10 può essere considerato risolto dal punto di vista giudiziario. C'è quindi una enorme impunità, pari al 90%, e questo rafforza la violenza", osserva Canela.

Per contrastare questo fenomeno "l'Unesco ha ideato una iniziativa rivolta ai magistrati che ha consentito finora di formare e sensibilizzare oltre 23 mila magistrati e 8.500 membri delle forze di sicurezza sulla libertà di espressione, l'accesso all'informazione e la protezione dei giornalisti in 150 Paesi del mondo". L'iniziativa prevede corsi online, workshop in presenza e la pubblicazione di una serie di linee guida e altri documenti.

Per Canela, "è difficile dire quali sono i Paesi più a rischio per i giornalisti. Se prendiamo in considerazione il dato sugli omicidi che abbiamo elabotato come Unesco, sono gli Stati dell'America Latina e dell'area Asia-Pacifico che hanno il più alto numero. Ma se osserviamo altri indicatori, come le violenze subite durante la copertura di proteste, constatiamo che sono coinvolte tutte le regioni del mondo con ben 65 i Paesi dove sono state rilevate".

Alle violenze fisiche si aggiungono oggi quelle online, che colpiscono in particolar modo le donne: "Secondo una indagine che abbiamo realizzato in 125 Paesi, 7 giornaliste su 10 sono state vittime di aggressioni online", spiega Canela. E per fermarle, conclude, "Stati membri dell'Onu hanno lanciato piani per la sicurezza dei giornalisti che intervengono con risposte mirate".