L'inevitabile sovranismo d'Italia che non sa guardare oltre sé stessa

Le reazione all’intervista concessa ieri da Renato Brunetta alla Repubblica sono la manifestazione stessa del problema posto dal ministro. Da Forza Italia si è risposto con un silenzio di varia interpretazione: imbarazzo, viltà, attendismo, incapacità di comprendere, istinto di sopravvivenza. Fuori da Forza Italia – nei partiti alleati e nei giornali d’area – ci si è concentrati su aspetti collaterali a chilometro zero: se ci sia uno spazio per il centro nelle tensioni bipolari, se i moderati siano così attrattivi a destra, come campano o crepano sopra o sotto questa o quella legge elettorale, se non sia preminente l’opposizione al nemico mortale della sinistra, quali effetti avrà sull’elezione del presidente della Repubblica eccetera eccetera. Il grande fallimento di Brunetta – se fallimento sarà e comunque fallire può essere inebriante – è che nel momento in cui sprona la destra a emanciparsi dalle piccinerie anacronistiche del sovranismo, ottiene in cambio un dibattito sovranista.Involontario, magari, ma il sovranismo sembra essere l’unico orizzonte dei sovranisti e anche degli antisovranisti. Persino a sinistra, dove le parole di Brunetta sono state accolte con qualche distratta bonomia, non si è andati oltre le ripercussioni concrete del lì per lì: buona idea, ma poi? E cioè, con la proposta di Brunetta, di sbarazzarsi del melonismo e del sovranismo per recuperare le grandi tradizioni su cui si è edificata l’Europa – la popolare, la liberale, la socialista – che facciamo? Un partito? Un’alleanza? E quanti voti ha? E che contraccolpi ci saranno sul governo Draghi? E serve per portare Draghi al Quirinale o tenerlo a Palazzo Chigi? Io ho avuto un malore. Perché mi era sembrato – sbaglierò io – che Brunetta guardasse oltre le mura di palazzo, persino oltre Chiasso o oltre Lampedusa e a oriente di Gorizia e a occidente di Ventimiglia. Mi sembrava che ponesse un tema più ampio di quello, importantissimo per carità, delle prossime elezioni politiche e di quali schieramenti e quali leader, mi sembrava che parlasse non tanto dell’Italia ma del ruolo dell’Italia in Europa e del ruolo dell’Europa nel mondo, e se tutto questo ci sembra troppo vasto, o di una vastità assolutamente inafferrabile, allora saluti e baci.Mi sembrava stesse parlando del famoso planisfero di cui abbiamo già scritto, se è ancora quello di ieri con l’Europa al centro, l’America a sinistra e l’Asia a destra, oppure è il planisfero di oggi, col Pacifico al centro, l’Asia a sinistra e l’America a destra, e l’Europa marginale nell’angoletto lassù. Mi sembrava stesse riportando gli editoriali e le analisi quotidiane dei grandi giornali internazionali, che ogni giorno affrontano la formidabile sfida militare fra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan e la cruciale sfida commerciale fra la Via della Seta cinese e il Quad dell’alleanza democratica occidentale che va da Washington a Tokyo passando per New Delhi e Canberra (ma non per Bruxelles). Mi sembrava stesse parlando della natura delle questioni politiche di oggi, il climate change, la crisi energetica, le migrazioni, il covid, la rivoluzione digitale, che sono tutte questioni globali e sono questioni così dispettose da passare sopra ai confini senza chiedere permesso. Mi sembrava stesse chiedendo se tutto questo vogliamo affrontarlo con Giorgia Meloni o con Mario Draghi, o meglio con una visione meloniana o draghiana, e cioè se vogliamo affrontarlo da Budapest, da Varsavia e da Roma, chiuse dentro le loro orgogliose dogane, rinserrati in villaggi ai margini del mondo, oppure ci vogliamo mettere in testa che il mondo è diverso e ci si deve attrezzare per affrontarlo con qualche speranza di far risuonare la nostra voce. Se vogliamo restare nell’angoletto lassù, in un punto ancora più piccolo dell’angoletto lassù, o pensiamo di conquistare di nuovo uno spazio sul planisfero.Semplicemente bisogna cominciare a pensare così, a ragionare così, e a vivere così. La destra, la sinistra, i partiti, le coalizioni e i ciccioli vari saranno una naturale conseguenza, e che va ben oltre gli exit poll del 2023.

L'inevitabile sovranismo d'Italia che non sa guardare oltre sé stessa

Le reazione all’intervista concessa ieri da Renato Brunetta alla Repubblica sono la manifestazione stessa del problema posto dal ministro. Da Forza Italia si è risposto con un silenzio di varia interpretazione: imbarazzo, viltà, attendismo, incapacità di comprendere, istinto di sopravvivenza. Fuori da Forza Italia – nei partiti alleati e nei giornali d’area – ci si è concentrati su aspetti collaterali a chilometro zero: se ci sia uno spazio per il centro nelle tensioni bipolari, se i moderati siano così attrattivi a destra, come campano o crepano sopra o sotto questa o quella legge elettorale, se non sia preminente l’opposizione al nemico mortale della sinistra, quali effetti avrà sull’elezione del presidente della Repubblica eccetera eccetera. Il grande fallimento di Brunetta – se fallimento sarà e comunque fallire può essere inebriante – è che nel momento in cui sprona la destra a emanciparsi dalle piccinerie anacronistiche del sovranismo, ottiene in cambio un dibattito sovranista.

Involontario, magari, ma il sovranismo sembra essere l’unico orizzonte dei sovranisti e anche degli antisovranisti. Persino a sinistra, dove le parole di Brunetta sono state accolte con qualche distratta bonomia, non si è andati oltre le ripercussioni concrete del lì per lì: buona idea, ma poi? E cioè, con la proposta di Brunetta, di sbarazzarsi del melonismo e del sovranismo per recuperare le grandi tradizioni su cui si è edificata l’Europa – la popolare, la liberale, la socialista – che facciamo? Un partito? Un’alleanza? E quanti voti ha? E che contraccolpi ci saranno sul governo Draghi? E serve per portare Draghi al Quirinale o tenerlo a Palazzo Chigi? Io ho avuto un malore. Perché mi era sembrato – sbaglierò io – che Brunetta guardasse oltre le mura di palazzo, persino oltre Chiasso o oltre Lampedusa e a oriente di Gorizia e a occidente di Ventimiglia. Mi sembrava che ponesse un tema più ampio di quello, importantissimo per carità, delle prossime elezioni politiche e di quali schieramenti e quali leader, mi sembrava che parlasse non tanto dell’Italia ma del ruolo dell’Italia in Europa e del ruolo dell’Europa nel mondo, e se tutto questo ci sembra troppo vasto, o di una vastità assolutamente inafferrabile, allora saluti e baci.

Mi sembrava stesse parlando del famoso planisfero di cui abbiamo già scritto, se è ancora quello di ieri con l’Europa al centro, l’America a sinistra e l’Asia a destra, oppure è il planisfero di oggi, col Pacifico al centro, l’Asia a sinistra e l’America a destra, e l’Europa marginale nell’angoletto lassù. Mi sembrava stesse riportando gli editoriali e le analisi quotidiane dei grandi giornali internazionali, che ogni giorno affrontano la formidabile sfida militare fra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan e la cruciale sfida commerciale fra la Via della Seta cinese e il Quad dell’alleanza democratica occidentale che va da Washington a Tokyo passando per New Delhi e Canberra (ma non per Bruxelles). Mi sembrava stesse parlando della natura delle questioni politiche di oggi, il climate change, la crisi energetica, le migrazioni, il covid, la rivoluzione digitale, che sono tutte questioni globali e sono questioni così dispettose da passare sopra ai confini senza chiedere permesso. Mi sembrava stesse chiedendo se tutto questo vogliamo affrontarlo con Giorgia Meloni o con Mario Draghi, o meglio con una visione meloniana o draghiana, e cioè se vogliamo affrontarlo da Budapest, da Varsavia e da Roma, chiuse dentro le loro orgogliose dogane, rinserrati in villaggi ai margini del mondo, oppure ci vogliamo mettere in testa che il mondo è diverso e ci si deve attrezzare per affrontarlo con qualche speranza di far risuonare la nostra voce. Se vogliamo restare nell’angoletto lassù, in un punto ancora più piccolo dell’angoletto lassù, o pensiamo di conquistare di nuovo uno spazio sul planisfero.

Semplicemente bisogna cominciare a pensare così, a ragionare così, e a vivere così. La destra, la sinistra, i partiti, le coalizioni e i ciccioli vari saranno una naturale conseguenza, e che va ben oltre gli exit poll del 2023.

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