Le “differenze strutturali” delle donne ne faranno le leader di domani

Perché le parole di Alessandro Barbero su donne e potere hanno fatto così discutere e indignare? Lasciamo per un momento da parte le caldissime questioni della parità di genere e della “cancel culture”: perché tanta gente se l’è presa così tanto alla sola ipotesi che certe persone possano avere caratteristiche intrinseche diverse da altre, quando spesso è proprio il nostro sentirci diversi, unici – anche tra generi – un nostro punto d’orgoglio? E poi: perché molti, che evidentemente non si sentono di appartenere ai potenti, se la sono presa tanto all’idea che siano caratteristiche tutto sommato negative come la spavalderia e l’arroganza a favorire l’ascesa a posizioni di potere? A rigor di logica, si sarebbero dovuti offendere i potenti. E invece.La risposta, forse, è che siamo convinti che tutti in qualche modo dovremmo essere dei “leader” - se non di qualcuno o di qualcosa, almeno di noi stessi. Si pensi al mondo del lavoro: al proliferare di manager e dirigenti, alle aziende sempre “leader” di qualche settore, alla fascinazione dell’imprenditoria da start-up, all’assidua spinta verso lo smart-working in cui ogni lavoratore diventa in un certo senso “capo di sé stesso”. Ma ancora e soprattutto: si pensi a come nella nostra società si promuova incessantemente la necessità, anzi il diritto di essere “al comando della propria vita”; di essere persuasivi, ammirati, liberi di prendere sempre le proprie scelte con coraggio e determinazione, e pure un pizzico di avventatezza. La mitezza, la timidezza, la pudicizia vengono in fondo considerate come sconfitte, e il servire un’umiliazione.Il fatto è che “essere tutti leader” è l’unico – anche se impossibile – punto di equilibrio tra due miti fondanti ma contrastanti delle nostre società moderne: l’uguaglianza e l’individualismo. Se tutti siamo in qualche modo leader, tutti siamo in qualche modo uguali, ma tutti allo stesso tempo speciali. Nella nostra concezione di società è – o dovrebbe essere - il cittadino con il suo voto, il cliente con le sue preferenze, l’individuo con le proprie libere scelte a occupare il trono del potere. E poiché tutti siamo cittadini, clienti, individui, tutti siamo al potere pur essendo uguali.Ma è chiaro che questo non può accadere nella realtà. Per collaborare ci si dividono i ruoli, e a tutti noi capita continuamente di essere in alcuni contesti decisori e in altri esecutori. I leader ci sono sempre stati nella Storia, ma forse non sempre gli è stata data l’importanza capitale che oggi gli attribuiamo – un libro del compianto antropologo David Graeber, in uscita proprio in questi giorni, sembra confermarlo. Oggi invece anche solo l’ipotesi che ci siano persone per nascita più o meno inclini a essere leader ci ferisce profondamente, perché ci dà l’idea di una società irrimediabilmente ingiusta, in quanto noi o altri partiamo svantaggiati per la corsa al potere.Il guaio è che tendiamo a confondere uguaglianza ed equità. Pensiamo che se non si è tutti uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, gli stessi mezzi e le stesse condizioni di partenza, non possiamo vivere in una società giusta. Eppure, trattare tutti come se fossero uguali è spesso la forma più odiosa di ingiustizia. Per esempio: imporre una tassa di 1.000 euro a tutti, poveri e ricchi, è profondamente iniquo; organizzare una gara di velocità tra un disabile e un normodotato è ingiusto; condannare allo stesso modo un torturatore omicida e un genitore che involontariamente ha causato la morte del figlio è crudele.Gli esseri umani sono diversi – “strutturalmente” diversi. Certo, hanno tanti tratti in comune, ma preservano sempre delle differenze: individuali per nascita, ma anche sviluppate in vita anche in base alla loro etnia, classe, cultura. È proprio riconoscendo e onorando queste diversità che una società può dirsi equa e matura. Eppure, che dobbiamo essere tutti trattati ugualmente – perché in fondo tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, caucasici e asiatici siamo uguali – oggi ci pare un concetto così ovvio, così banale, che metterlo in discussione ci offende profondamente.Alla confusione tra uguaglianza ed equità si sovrappone poi un altro equivoco: quello tra potere e valore. Riteniamo che chi ha più valore dovrebbe avere più potere, e chi ha più potere ha più valore. Tanto che spesso interpretiamo tutta la Storia dell’essere umano – e talora persino la sua stessa natura – come una battaglia per il potere. Ma questa probabilmente è una distorsione dovuta al fatto che la Storia non la fanno i vincitori, ma certamente ne fanno il suo racconto.Barbero stesso nelle sue conferenze dice spesso che nella concezione moderna della disciplina storica si cerca di interessarsi di tutto: non solo delle grandi battaglie, ma anche di cosa in passato si mangiava a colazione; non solo delle dinastie reali, ma anche degli usi e i costumi popolari. Perché tutti questi insieme hanno fatto la Storia. Certo, il potere lascia molta più traccia di sé, ma questo anche perché control

Le “differenze strutturali” delle donne ne faranno le leader di domani

Perché le parole di Alessandro Barbero su donne e potere hanno fatto così discutere e indignare? Lasciamo per un momento da parte le caldissime questioni della parità di genere e della “cancel culture”: perché tanta gente se l’è presa così tanto alla sola ipotesi che certe persone possano avere caratteristiche intrinseche diverse da altre, quando spesso è proprio il nostro sentirci diversi, unici – anche tra generi – un nostro punto d’orgoglio? E poi: perché molti, che evidentemente non si sentono di appartenere ai potenti, se la sono presa tanto all’idea che siano caratteristiche tutto sommato negative come la spavalderia e l’arroganza a favorire l’ascesa a posizioni di potere? A rigor di logica, si sarebbero dovuti offendere i potenti. E invece.

La risposta, forse, è che siamo convinti che tutti in qualche modo dovremmo essere dei “leader” - se non di qualcuno o di qualcosa, almeno di noi stessi. Si pensi al mondo del lavoro: al proliferare di manager e dirigenti, alle aziende sempre “leader” di qualche settore, alla fascinazione dell’imprenditoria da start-up, all’assidua spinta verso lo smart-working in cui ogni lavoratore diventa in un certo senso “capo di sé stesso”. Ma ancora e soprattutto: si pensi a come nella nostra società si promuova incessantemente la necessità, anzi il diritto di essere “al comando della propria vita”; di essere persuasivi, ammirati, liberi di prendere sempre le proprie scelte con coraggio e determinazione, e pure un pizzico di avventatezza. La mitezza, la timidezza, la pudicizia vengono in fondo considerate come sconfitte, e il servire un’umiliazione.

Il fatto è che “essere tutti leader” è l’unico – anche se impossibile – punto di equilibrio tra due miti fondanti ma contrastanti delle nostre società moderne: l’uguaglianza e l’individualismo. Se tutti siamo in qualche modo leader, tutti siamo in qualche modo uguali, ma tutti allo stesso tempo speciali. Nella nostra concezione di società è – o dovrebbe essere - il cittadino con il suo voto, il cliente con le sue preferenze, l’individuo con le proprie libere scelte a occupare il trono del potere. E poiché tutti siamo cittadini, clienti, individui, tutti siamo al potere pur essendo uguali.

Ma è chiaro che questo non può accadere nella realtà. Per collaborare ci si dividono i ruoli, e a tutti noi capita continuamente di essere in alcuni contesti decisori e in altri esecutori. I leader ci sono sempre stati nella Storia, ma forse non sempre gli è stata data l’importanza capitale che oggi gli attribuiamo – un libro del compianto antropologo David Graeber, in uscita proprio in questi giorni, sembra confermarlo. Oggi invece anche solo l’ipotesi che ci siano persone per nascita più o meno inclini a essere leader ci ferisce profondamente, perché ci dà l’idea di una società irrimediabilmente ingiusta, in quanto noi o altri partiamo svantaggiati per la corsa al potere.

Il guaio è che tendiamo a confondere uguaglianza ed equità. Pensiamo che se non si è tutti uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, gli stessi mezzi e le stesse condizioni di partenza, non possiamo vivere in una società giusta. Eppure, trattare tutti come se fossero uguali è spesso la forma più odiosa di ingiustizia. Per esempio: imporre una tassa di 1.000 euro a tutti, poveri e ricchi, è profondamente iniquo; organizzare una gara di velocità tra un disabile e un normodotato è ingiusto; condannare allo stesso modo un torturatore omicida e un genitore che involontariamente ha causato la morte del figlio è crudele.

Gli esseri umani sono diversi – “strutturalmente” diversi. Certo, hanno tanti tratti in comune, ma preservano sempre delle differenze: individuali per nascita, ma anche sviluppate in vita anche in base alla loro etnia, classe, cultura. È proprio riconoscendo e onorando queste diversità che una società può dirsi equa e matura. Eppure, che dobbiamo essere tutti trattati ugualmente – perché in fondo tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, caucasici e asiatici siamo uguali – oggi ci pare un concetto così ovvio, così banale, che metterlo in discussione ci offende profondamente.

Alla confusione tra uguaglianza ed equità si sovrappone poi un altro equivoco: quello tra potere e valore. Riteniamo che chi ha più valore dovrebbe avere più potere, e chi ha più potere ha più valore. Tanto che spesso interpretiamo tutta la Storia dell’essere umano – e talora persino la sua stessa natura – come una battaglia per il potere. Ma questa probabilmente è una distorsione dovuta al fatto che la Storia non la fanno i vincitori, ma certamente ne fanno il suo racconto.

Barbero stesso nelle sue conferenze dice spesso che nella concezione moderna della disciplina storica si cerca di interessarsi di tutto: non solo delle grandi battaglie, ma anche di cosa in passato si mangiava a colazione; non solo delle dinastie reali, ma anche degli usi e i costumi popolari. Perché tutti questi insieme hanno fatto la Storia. Certo, il potere lascia molta più traccia di sé, ma questo anche perché controlla il modo in cui le vicende vengono narrate: chi ha potere ha interesse a narrare di averlo avuto, e di aver prevalso su molti altri per ottenerlo.

La stessa distorsione la viviamo ancora oggi: ci figuriamo un mondo comandato solo dai potenti perché i potenti vogliono che sia percepito così; e immaginiamo che tutti smanino per il potere perché chi effettivamente lo vuole è molto più facile da notare. Ma da sempre, oggi ma probabilmente ancora di più in passato, tantissima gente, probabilmente la maggioranza, non ha mai avuto vere mire di potere: vorrebbe invece una vita tranquilla, riflessiva, in cui prestare cura o limitarsi alla produzione di cose utili o di valore. Sono dopotutto queste persone che “fanno” la società e la Storia. Ed è forse qui la più profonda e diffusa discriminazione sociale del nostro tempo: quella di ruolo, per cui chi non ambisce al potere e non ne esercita è considerato di minor valore.

Eppure, per gran parte della nostra storia evolutiva non è stato così. Per milioni di anni i nostri antenati hanno vissuto in piccoli gruppi che avevano come antagonista la natura, e quindi hanno probabilmente ritenuto sacrale il domestico, la cura, la preservazione. Solo negli ultimi diecimila anni, da quando cioè abbiamo iniziato a coltivare i campi e poi a costruire città e poi a produrre armi in metallo, il principale antagonista dell’essere umano è diventato l’essere umano stesso, e perciò l’assertività, la spavalderia, la violenza sono diventati il mezzo per ottenere maggior potere. Questo ha anche condizionato la storia del genere: se nella preistoria il femminile era forse al centro – lo testimoniano anche alcune statuette e dipinti rupestri - poi il suo posto è stato preso dal maschile. E questo per mere questioni biologiche ed evolutive.

Una delle caratteristiche uniche della nostra specie, infatti, è l’enorme bisogno di cure di cui hanno bisogno i nostri neonati. Mentre i cuccioli degli altri animali sono rapidamente in grado di cavarsela da soli, i piccoli di essere umano rimangono inetti per anni. Considerando che le nostre antenate erano presumibilmente molto spesso incinte, la pressione evolutiva di milioni di anni le ha rese mediamente più inclini ai compiti di cura, memoria e relazionali. Allo stesso tempo, dovendo i maschi procurarsi cibo non solo per sé stessi ma anche per donne e bambini in un ambiente ostile, si sono specializzati nella prontezza fisica, nell’analisi dei contesti e dei processi e nella cooperazione.

Ciò non dovrebbe davvero sorprenderci: in tutte le specie viventi si notano differenze comportamentali di genere, e sarebbe ben curioso se noi fossimo gli unici a esserne esenti. Se si lanciano dei giocattoli a delle scimmie, le femmine tenderanno a intrattenersi più con i bambolotti, e i maschi con i camioncini. E in Paesi molto avanzati nella parità di genere, come per esempio quelli scandinavi, si osserva il cosiddetto “Nordic Paradox”: le persone scelgono ancora più che altrove percorsi professionali tipici del loro genere. Poi, certo, ci sono eccezioni, anche consistenti e rilevanti, e ciò non ci autorizza a pensare che il singolo uomo o donna sia meglio o peggio in un certo ruolo.

Non è quindi solo per questioni di tradizione o culturali – che pure esistono e sono rilevanti – che gli ingegneri sono soprattutto maschi e le assistenti familiari soprattutto donne: ci sono delle differenze “strutturali”. Il guaio vero è che discriminiamo le assistenti familiari prima delle donne, e onoriamo gli ingegneri prima dei maschi. Questo è forse il lascito peggiore del patriarcato: aver indissolubilmente associato il potere e quindi il valore a tratti fisici e caratteriali quali la prestanza fisica, l’aggressività, la spavalderia. Tanto che oggi, se qualcuno osa dire che alcuni hanno meno queste caratteristiche di altri, ci offendiamo a morte invece di rallegrarcene.

Tutto ciò non solo fa danni oggi, ma rischia anche di farci perdere un’occasione storica domani. Mentre infatti da una parte scarseggiano sempre più i lavoratori dediti proprio ai compiti esecutivi, relazionali di cura, non di leadership – in parte proprio perché li consideriamo sub-lavoro - dall’altra il potere sempre più sta tornando da uno spettro “maschile” a uno “femminile”. Oggi non solo sempre più spesso i leader migliori sono quelli “silenziosi”, capaci di ascolto e di intessere relazioni, ma l’automazione e la tecnologia stanno proprio aggredendo i ruoli più tipicamente maschili! Un automa non sarà mai un bravo insegnante, ma l’intelligenza artificiale produrrà quasi tutto il codice informatico che ci servirà.

Oggi, anche per via della pandemia, molti stanno riconsiderando le loro scelte lavorative e professionali, il loro ruolo in società. E stiamo lentamente rivalutando il lavoro di cura. L’errore forse peggiore che possiamo fare è quindi negare le differenze invece di promuovere le attitudini; perpetuare involontariamente un modello di potere sorpassato e una discriminazione di ruolo odiosa per non voler ammettere di essere diversi. Invece di una società equa e pacifica di persone realizzate, rischiamo di creare un futuro di individui frustrati perché convinti di dover volere tutti le stesse cose, in quanto tutti fondamentalmente uguali e quindi, inevitabilmente, in massima parte perdenti.

giornalone

Sfoglia le Prime Pagine dei Quotidiani