La lentezza della Serie A sfigura al confronto con la Premier League

Il campionato italiano è il teatro delle sceneggiate e dei giocatori che si rotolano sul prato, degli arbitri interventisti e del Var giudice massimo. La conseguenza sono partite noiose e poco spettacolari, a differenza del calcio inglese fatto di strappi e accelerazioni uniti a tecnica sopraffina. Tra Roma-Napoli, o Inter-Juventus e Manchester-Liverpool ci sono diverse categorie di differenza

La lentezza della Serie A sfigura al confronto con la Premier League

Li abbiamo sconfitti gli inglesi, in casa loro. La nazionale italiana ha battuto la nazionale inglese ed è campione d’Europa. No doubt. La questione è un’altra, a livello di club si invertono i ruoli. Dopo aver visto Manchester United-Liverpool e di seguito le due partite di serie A Roma-Napoli e Inter- Juventus, tre partite di vertice, emergono differenze fondamentali che determinano il gap tra due modi di concepire il calcio. E di applicarlo.

È vero che nel nostro campionato il gioco si è velocizzato ma alcuni fattori chiave rimangono nel concetto intrinseco di una partita. Il Liverpool, dopo un anno chiamiamolo sabbatico, è l’essenza del football. Si può forse giocare meglio? La rapidità delle azioni è stratosferica, la tecnica sopraffina, la coesione totale, i campioni mantengono le promesse. Il povero Manchester, raffigurato dall’espressione di impotenza terrea sulla faccia del suo allenatore Solskjear, è stato travolto. E non parliamo di una squadretta. Nella disfatta sono stati coinvolti Cristiano Ronaldo e Pogba, poi espulso per un’entrataccia da intervento ortopedico. Squadre aperte, direi lealtà a go-go.

Passare dai cinque gol del Liverpool allo 0-0 di Roma e Napoli ha fatto balzare agli occhi le differenze. È stata una partita combattuta, agonisticamente di livello, nella quale il Napoli cercava di ragionare gioco davanti a una Roma pregna dello spirito mourinhiano, sacrificio e lotta. Hanno entrambe due centravanti super prestanti, giovani e con il fisico strabordante e maestoso dei giocatori di colore.

Osimhen e Abraham erano lo spauracchio in corsa, ma sono stati marcati benissimo dai centrali di ambedue le squadre. E allora cosa mancava? Mancava la tecnica, è stata la festa dei passaggi frenetici e imprecisi perché sembra che in Italia, se corri come un matto sbagli tantissimo. E come riprendi fiato? Sapendo che gli arbitri, appena un giocatore cade a terra contorcendosi come un tarantolato, fischiano fallo e l’azione si interrompe: ecco che i falli sono respiro. E magari con l’ammonizione dell’avversario commisurata alle urla e scene di chi l’ha subito, e che, nella maggior parte dei casi, ritorna efficiente e guarito in pochi secondi.

Basta vedere le partite di Champions o di Europa League: improvvisamente le squadre italiane smettono le sceneggiate a prescindere, il rotolarsi sull’erba fresca del prato, tenendosi caviglie e ginocchia come se temessero di rimanere storpi, crollando come pere e coprendosi il volto dopo una smanacciata come se fossero trasfigurati in Elephant Man.

Il fallo è usato per molti scopi, alcuni davvero incongruenti e immancabilmente seguito da proteste plateali, accerchiamento dell’arbitro e lunghe trattative che non portano a niente. L’ammonizione è ammonizione, e tale resta. Per non parlare dei rigori che ormai non sono appannaggio del direttore di gara ma del var.

Insomma, ogni volta un palcoscenico di teatro riservato al solo pubblico italiano. Paese che vai, tradizioni che trovi. Fabio Capello sostiene che in Italia si fischia troppo e male. Il calcio è uno sport di contatto fisico e Walter Zenga è dell’idea che la lentezza delle partite nostrane sia proprio dovuto al fatto che gli arbitri non lascino correre di più e che i giocatori non si rialzino subito dopo un fallo. Teorie abbastanza veritiere che corrispondo a una serie di caratteristiche italiche, subito adottate dagli stranieri che vengono da noi, furbizia, proteste, cadute mirabolanti, vere e proprie finzioni.

Vedendo poi il match dei match, Inter-Juventus, si aggiungono altre riflessioni. Anche perché viene espulso il quarto allenatore in una giornata. Erano finiti in tribuna Gasperini prima, e Mourinho e Spalletti poi. In ultimo Inzaghi. La tarantolite colpisce anche gli allenatori. Cominciano a inizio gara a urlare, agitare le braccia, protestare. E continuano percorrendo chilometri nell’area tecnica e anche fuori, ora correndo insieme ai giocatori, ora camminando su e giù. Sempre gesticolando, con una mimica da tragedia greca, le mani nei capelli, sfogandosi con i collaboratori della propria panchina o in soliloqui amletici e meditabondi. Hanno negli occhi il dramma che non prevede compostezza nel circo dell’esagerazione. Vanno dal quarto uomo cento volte in novanta minuti, ora uno ora l’altro allenatore si lamenta sdegnato per un torto subito. Come se insistendo a fare la vittima, cambiasse il metro della direzione di gara.

Sembra che tutto sia a favore del pubblico allo stadio e dei media che riprendono la partita. Una viscerale rappresentazione. A cui si aggiunge, nel finale del derby d’Italia, un rigore fondamentale che determina il risultato e salva la Juve.

E qui entra in scena il Var, l’istituzione che doveva dirimere ogni dubbio, che controllava in silenzio davanti agli schermi in un appartato stanzino. Var è acronimo, Video assistant referee: entità super partes, giudice massimo senza volto. Un connubio di regolamento e tecnologia. Implacabile. Quando Var richiama, arbitro ubbidisce. A lato del fatto che l’arbitro fosse a due metri dall’azione incriminata e non avesse giudicato da rigore l’intervento di Dumfries su Alex Sandro, anche lui caduto a terra come l’avesse colpito un fulmine, la Var è intervenuta e ha decretato il rigore.

Ma quando la Var interviene? Che criteri vengono adottati? In Roma-Napoli c’è un calcio di reazione da terra di Oshimen deliberatamente dato all’avversario non visto dall’arbitro. Mi aspettavo che la Var intervenisse perché il colpo era evidente. Nulla. Rassegniamoci, il Var ha sì un codice e un regolamento ma gli occhi che controllano lo schermo sono umani. E l’umano interpreta, così come i giudici usando le leggi in tribunale. Nulla è neutro in chi osserva, e l’osservazione di un’azione produce di per se stessa un cambiamento, sono molte le teorie di fisica quantistica al riguardo. Quindi non aspettiamoci che quattro occhi siano meglio che two. Tanto più che il Var non ha un’intelligenza artificiale, non si muove su algoritmi come il mondo di internet. Dietro lo sguardo c’è una testa pensante, un cervello grande o piccolo che sia. Umano, tremendamente umano.

giornalone

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