Inter-Juventus, storia di un grande odio

La partita che «procura sofferenza» (cit. Moratti) è più una frattura orografica che un romanzo popolare, una faglia che invade l’intera sfera dei sentimenti e costringe a parlare sempre delle stesse cose. Ma anche nel calcio l’odio è la maschera con cui si traveste l’ossessione amorosa

Inter-Juventus, storia di un grande odio

L’odio sportivo è una roba da vecchi? Quella sensazione che ci prende alla gola prima di una partita di calcio particolarmente sentita, che ci tappa lo stomaco e ci rende intrattabili già dalla vigilia, è qualcosa di ormai novecentesco, che sopravvive dentro di noi solo perché legata a ricordi d’infanzia, una tradizione prima che una reale convinzione, usurata dal tempo e destinata a scomparire? In un momento in cui il calcio mondiale s’interroga sul proprio futuro e su come fare per raggiungere la generazione Z, il calendario e l’abitudine – altre due cose da vecchi – c’impongono di parlare di Inter-Juventus. Veleno puro.

Ripescate su YouTube la breve sintesi di un lontano e dimenticato Inter-Juventus 0-0 del dicembre 1982, tempi in teoria più civili (macché). Noterete a un certo punto l’episodio allucinante di Beppe Furino appena sostituito da Trapattoni e Giampiero Galeazzi che non riesce a intervistarlo perché i due vengono bersagliati da un lancio di pietre dalla tribuna centrale che li costringe a scappare verso il tunnel. «Non sei molto amato a San Siro, è così?». «No», ammette Furino, più di altri simbolo di una Juve arcigna e sparagnina, almeno agli occhi del nemico, «è la Juve che non è amata».

Ho cari amici, tifosi equilibrati, assennati e limpidamente autocritici, che vivono il calcio come una sana passione: l’unica volta che li ho visti in preda al male di vivere più montaliano è stato davanti a un Inter-Juventus. Segnatamente quello dell’aprile 2018, passato alla storia come “l’Inter-Juve di Orsato”, una definizione che dipinge solo metà del paesaggio: Orsato o non Orsato, è bene ricordare che il brusco passaggio da 2-1 a 2-3 fu agevolato dallo sciagurato cambio di Luciano Spalletti, che a cinque minuti dalla fine tolse Mauro Icardi, il migliore in campo, per mettere il tenero Davide Santon e ordinare così la ritirata in difesa. E scrivendo queste righe vengo colpito da illuminazione e mi rendo conto d’essere un povero scemo, perché niente come Inter-Juventus è più lontano dall’oggettività e dalla lucidità.

Ogni suo addentellato è fazioso, partigiano, finalizzato al complotto o all’insabbiamento: si direbbe che il Var è stato inventato solo per consentire a noi italiani di inventarci modi sempre più barocchi per accapigliarci sul pallone, e Inter-Juventus ne è quintessenza. Bipartisan, si capisce: perché se il cahier de doléances interista è lungo come “Guerra e pace”, per ogni rimembranza del tamponamento tra Ronaldo e Iuliano ci sarà sempre uno juventino dai 35 anni in su che vi ricorderà che, se è per questo, all’andata a San Siro c’era un rigore per la Juve per fallo di Taribo West su Pippo Inzaghi. E poi Calciopoli, Facchetti, Tronchetti Provera, le Sim svizzere, l’avvocato Zaccone… Ma si può vivere così? Evidentemente sì: è il calcio che ci siamo scelti, è il Paese che ci siamo scelti.

Nell’impossibilità di presentare Inter-Juventus senza bagnarsi nei soliti liquami del secolo scorso, come puntualmente fanno numerosi quotidiani e siti d’informazione che corrono a intervistare Moratti non potendo più farlo con Gigi Simoni, non rimane altro che sottolineare un po’ banalmente che l’odio dopotutto è la maschera con cui si traveste l’amore, o quantomeno l’ossessione amorosa.

La lista di tentativi con cui l’Inter ha cercato di somigliare alla Juventus è lunga e unisce le generazioni, da Giovanni Trapattoni a Marcello Lippi, da Marotta ad Antonio Conte, da Angelo Peruzzi ad Arturo Vidal, senza dimenticare i numerosi tentativi di Moratti di portare all’Inter Luciano Moggi, tributandogli una forma d’odio che si riserva solo ai numeri uno. Il trapianto è riuscito solo raramente, per fortuna o purtroppo, ma è qui che possiamo finalmente usare il tempo presente: il cambio della guardia, la fine del ciclo dei nove scudetti consecutivi è avvenuta per effetto del passaggio di Beppe Marotta da qua a là. L’assenza di Marotta ha portato i conti juventini pericolosamente vicini al dissesto, tra le altre cose a causa dell’operazione Ronaldo che in queste ore viene pubblicamente rinnegata dai diretti interessati persino sul piano tecnico, alla faccia dei 101 gol in 134 partite.

La presenza di Marotta è un formidabile paravento che sta proteggendo mediaticamente l’Inter dalle sue beghe societarie. A seconda del vento, l’una insegue l’altra: ai tempi della Grande Inter, per reazione al mago Helenio, la Juventus assunse un altro allenatore sudamericano di nome Herrera ancora più dittatoriale dell’originale, che al terzo tentativo riuscì a togliere lo scudetto al suo omonimo all’ultima giornata, in una specie di 5 maggio ante litteram. E non va nemmeno dimenticato, per tornare a epoche con la tv a colori, che la Juve non è stata immune nemmeno al fascino di Mourinho, spauracchio che non è mai diventato materia ma è stato più volte evocato, anche per vedere l’effetto che faceva al popolo juventino.

A osservarla da fuori Inter-Juventus, l’evento sportivo che «procura sofferenza» (citando Moratti), è più una frattura orografica che un romanzo popolare, una faglia che invade l’intera sfera dei sentimenti, taglia l’Italia da Aosta a Lampedusa e ci costringe a parlare sempre delle stesse cose, certi che tutti possano capirle. Non è eterna: un giorno si ricomporrà, si ricucirà, semplicemente finirà.

Inter-Juventus è l’Italia dei bar, della macchia di caffè sulla Gazzetta, degli scazzi al semaforo che durano venti secondi ma ti avvelenano tutta la giornata, così com’è Italia profonda anche l’insistito elogio dell’1-0, che quest’anno è di nuovo appannaggio di Massimiliano Allegri dopo esserlo stato dell’Inter di Antonio Conte fino alla scorsa primavera: d’altra parte, proprio Allegri era il prescelto di Marotta per sostituire Conte nell’estate 2020, prima che l’allenatore leccese, affezionato soprattutto a sé stesso, mollasse l’Inter con poca creanza così come aveva fatto con la Juventus nel 2014.

Come vedete, un continuo scambiarsi di ruoli e parti in commedia in cui ogni attore pretende (anche nel senso inglese del termine: pretend, fare finta) di superare l’altro in purezza e virtù. Come in tutte le grandi storie d’odio dal Medio Oriente in giù, le ragioni dell’odio non interessano più a nessuno: la centesima sbobinatura delle intercettazioni e dei verbali di Calciopoli è ormai un esercizio mortalmente noioso per entrambi gli schieramenti. Chi si ricorda perché i Capuleti ce l’avevano coi Montecchi? E in fondo, chi se ne frega? Importa solo che il carosello prosegua e la faida sprofondi ancora più nel torbido, e allora benedetto sia l’Orsato di turno che ci fa inzuppare il pane nella polemica da brave iene dattilografe (con la minuscola e con la maiuscola), in attesa dell’Inter-Juve definitivo, il Giudizio universale che stabilirà una volta per tutte dove sta il torto e dove sta la ragione. A che ora è la fine del mondo? E soprattutto, chi sarà l’arbitro?

giornalone

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