Il piano "France 2030" e la politica industriale italiana

Emmanuel Macron ha convocato 200 persone all’Eliseo. Donne e uomini di azienda, operatori del settore finanziario, innovatori, ministri, startupper, ricercatori.  Lo ha fatto per annunciare una nuova strategia industriale: France 2030. Un piano che vale 30 miliardi di euro, aggiuntivi a quelli del PNRR francese e che serve a intervenire con specifici obiettivi su 10 temi. Tra questi l’energia a cui vanno 8 miliardi, da destinare ad idrogeno verde, nucleare e decarbonizzazione dell’industria; 4 miliardi sono destinati alla mobilità, con l’obiettivo di diventare protagonisti alla fine del decennio nei settore dell’automobile elettrica ed ibrida e dell’aviazione ‘verde’; 2 miliardi andranno alla agricoltura di precisione, mentre 6 miliardi sono destinati alle componenti elettroniche e robotiche per superare la dipendenza da produttori; extra UE; 5 miliardi sono per gli ecosistemi di ricerca e innovazione e 600 milioni per le industrie culturali e creative, per sostenerle nella produzione di contenuti e nella competizione per bâtir l’imaginaire française, européen et mondial de demain. Quel che lega questi e gli altri settori di intervento è che le diverse misure possono leggersi attorno ad alcune parole chiave: innovazione, prima di tutto; autonomia strategica (la bataille pour l’independance, la chiama il Presidente francese), startup, ecosistemi industriali, creatività. Parole che sono veri e propri fili conduttori di un ragionamento che vuole costruire e radicare l’idea di una nation d’innovation et de recherche.Si tratta di un passaggio che - aldilà delle circostanze e delle implicazioni elettorali (in Francia mancano sei mesi alle elezioni presidenziali) - ha una sua precisa fisionomia e su cui vale la pena riflettere, anche in una prospettiva italiana. Sono 4, in particolare, i punti che emergono se si guarda a questo passaggio francese da casa nostra.Il primo è la rivendicazione che Macron fa della centralità dell’industria per il futuro francese. Una rivendicazione importante, che riecheggia quella presente in documenti di politica industriale a livello nazionale ed a livello europeo. L’industria è centrale per la ricerca, per i servizi che è capace di sviluppare, per il contributo che dà all’export di un Paese. Deindustrializzarsi ha implicazioni molto gravi, insomma.Il secondo punto è che la presa di posizione della Presidenza francese poggia su un lavoro di analisi di lunga lena promosso dal settore pubblico. Un lavoro con precisi punti di riferimento. Negli ultimi 15 anni si va, ad esempio, dai lavori delle commissioni governative Beffa e Gallois, chiamate ad affrontare il problema della politica industriale e della competitività dell’industria francese, sino ad arrivare al rapporto Blanchard-Tirole del 2020 e ai recentissimi studi sul sistema industriale francese, coordinati da France Strategie proprio in risposta a richieste del governo. C’è quindi, nell’esperienza d’oltralpe, una attenzione costante dell’amministrazione e della politica alla conoscenza del tessuto industriale come prerequisito per arrivare a prendere delle decisioni. Connaitre pur délibérer, potremmo dire.Il terzo aspetto che vale la pena sottolineare è la piena sintonia tra France 2030 e quello che l’Europa dice nei suoi più recenti documenti di politica industriale. Anche in sede europea si parla, proprio in questi mesi, di autonomia strategica, di ecosistemi industriali, di innovazione, di startup, di centralità dell’industria. Non è un aspetto secondario nel momento in cui è in Europa che sempre più si decidono le partite di politica industriale del futuro, quando le leve finanziarie europee sono sempre più essenziali per il rilancio dei tessuti industriali nazionali. Non può sfuggire che sintonia significa, spesso, capacità di influenza.L’ultimo punto, non certo il meno importante, è la esplicita riconciliazione che Macron vuole indurre tra il mondo delle start up e il mondo dell’industria. Troppo spesso infatti sono visti come due mondi distanti, se non tra loro in opposizione. E, invece, ha pienamente ragione Macron quando parla di une opposition du XXème siècle e quando sottolinea come la reindustrializzazione francese, come quella italiana e quella di ogni altro sistema, passa oggi dal rapporto tra mondo della impresa ‘tradizionale’ e mondo delle startup. E che, quindi, tra mondo dell’innovazione e industria ci dev’essere un contatto continuo, una contaminazione che permetta un vero dialogo e una vera collaborazione. Questa giornata e questo intervento sono ‘campane’ che suonano anche per l’Italia: dicono che i nostri partner si muovono sul tema della politica industriale, che lo fanno con una visione moderna e di osmosi tra le diverse parti del sistema industriale e della ricerca e con un linguaggio capace di dare agli operatori un’idea precisa di cosa un Paese vuole essere nei prossimi anni. Quella ‘visione’ che è a pieno titolo tra gli elementi di una politica industriale moderna, articolata su missioni: proprio per

Il piano "France 2030" e la politica industriale italiana

Emmanuel Macron ha convocato 200 persone all’Eliseo. Donne e uomini di azienda, operatori del settore finanziario, innovatori, ministri, startupper, ricercatori.  Lo ha fatto per annunciare una nuova strategia industriale: France 2030. Un piano che vale 30 miliardi di euro, aggiuntivi a quelli del PNRR francese e che serve a intervenire con specifici obiettivi su 10 temi. Tra questi l’energia a cui vanno 8 miliardi, da destinare ad idrogeno verde, nucleare e decarbonizzazione dell’industria; 4 miliardi sono destinati alla mobilità, con l’obiettivo di diventare protagonisti alla fine del decennio nei settore dell’automobile elettrica ed ibrida e dell’aviazione ‘verde’; 2 miliardi andranno alla agricoltura di precisione, mentre 6 miliardi sono destinati alle componenti elettroniche e robotiche per superare la dipendenza da produttori; extra UE; 5 miliardi sono per gli ecosistemi di ricerca e innovazione e 600 milioni per le industrie culturali e creative, per sostenerle nella produzione di contenuti e nella competizione per bâtir l’imaginaire française, européen et mondial de demain

Quel che lega questi e gli altri settori di intervento è che le diverse misure possono leggersi attorno ad alcune parole chiave: innovazione, prima di tutto; autonomia strategica (la bataille pour l’independance, la chiama il Presidente francese), startup, ecosistemi industriali, creatività. Parole che sono veri e propri fili conduttori di un ragionamento che vuole costruire e radicare l’idea di una nation d’innovation et de recherche.

Si tratta di un passaggio che - aldilà delle circostanze e delle implicazioni elettorali (in Francia mancano sei mesi alle elezioni presidenziali) - ha una sua precisa fisionomia e su cui vale la pena riflettere, anche in una prospettiva italiana. 

Sono 4, in particolare, i punti che emergono se si guarda a questo passaggio francese da casa nostra.

Il primo è la rivendicazione che Macron fa della centralità dell’industria per il futuro francese. Una rivendicazione importante, che riecheggia quella presente in documenti di politica industriale a livello nazionale ed a livello europeo. L’industria è centrale per la ricerca, per i servizi che è capace di sviluppare, per il contributo che dà all’export di un Paese. Deindustrializzarsi ha implicazioni molto gravi, insomma.

Il secondo punto è che la presa di posizione della Presidenza francese poggia su un lavoro di analisi di lunga lena promosso dal settore pubblico. Un lavoro con precisi punti di riferimento. Negli ultimi 15 anni si va, ad esempio, dai lavori delle commissioni governative Beffa e Gallois, chiamate ad affrontare il problema della politica industriale e della competitività dell’industria francese, sino ad arrivare al rapporto Blanchard-Tirole del 2020 e ai recentissimi studi sul sistema industriale francese, coordinati da France Strategie proprio in risposta a richieste del governo. C’è quindi, nell’esperienza d’oltralpe, una attenzione costante dell’amministrazione e della politica alla conoscenza del tessuto industriale come prerequisito per arrivare a prendere delle decisioni. Connaitre pur délibérer, potremmo dire.

Il terzo aspetto che vale la pena sottolineare è la piena sintonia tra France 2030 e quello che l’Europa dice nei suoi più recenti documenti di politica industriale. Anche in sede europea si parla, proprio in questi mesi, di autonomia strategica, di ecosistemi industriali, di innovazione, di startup, di centralità dell’industria. Non è un aspetto secondario nel momento in cui è in Europa che sempre più si decidono le partite di politica industriale del futuro, quando le leve finanziarie europee sono sempre più essenziali per il rilancio dei tessuti industriali nazionali. Non può sfuggire che sintonia significa, spesso, capacità di influenza.

L’ultimo punto, non certo il meno importante, è la esplicita riconciliazione che Macron vuole indurre tra il mondo delle start up e il mondo dell’industria. Troppo spesso infatti sono visti come due mondi distanti, se non tra loro in opposizione. E, invece, ha pienamente ragione Macron quando parla di une opposition du XXème siècle e quando sottolinea come la reindustrializzazione francese, come quella italiana e quella di ogni altro sistema, passa oggi dal rapporto tra mondo della impresa ‘tradizionale’ e mondo delle startup. E che, quindi, tra mondo dell’innovazione e industria ci dev’essere un contatto continuo, una contaminazione che permetta un vero dialogo e una vera collaborazione. 

Questa giornata e questo intervento sono ‘campane’ che suonano anche per l’Italia: dicono che i nostri partner si muovono sul tema della politica industriale, che lo fanno con una visione moderna e di osmosi tra le diverse parti del sistema industriale e della ricerca e con un linguaggio capace di dare agli operatori un’idea precisa di cosa un Paese vuole essere nei prossimi anni. Quella ‘visione’ che è a pieno titolo tra gli elementi di una politica industriale moderna, articolata su missioni: proprio per la sua capacità di indirizzare scelte di investitori, operatori, ricercatori.

Nel chiudere il suo discorso Macron ha detto che non cede né a una visione a breve termine, che faccia perdere il senso di direzione dell’azione pubblica, né ad una a lungo termine, che possa alimentare il disfattismo per il presente. Quello che è necessario - ha detto - è un volontarismo lucido. Forse quello che è necessario anche per la politica industriale italiana.

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