Draghi avvisa i partiti: senza accordo i soldi per le tasse congelati

Al momento l’opzione è data al 50%, ma il fatto che sia stata già messa in conto mette ben evidenza un dato di fondo: Mario Draghi non vuole perdere tempo sulla manovra. L’opzione è quella che sta circolando nelle ultime al Tesoro e a palazzo Chigi: se i partiti di maggioranza alzeranno le loro bandierine sull’utilizzo degli 8 miliardi a disposizione per il taglio delle tasse, rendendo di fatto impossibile arrivare a un’intesa, allora i soldi finiranno in un Fondo. Congelati. Si deciderà cosa farne in un secondo momento, che potrebbe essere anche il passaggio parlamentare della legge di bilancio, ma intanto si procede, si approva la manovra, non si perdono ancora giorni a discutere e a litigare. Insomma i giochi non si riaprono, tantomeno i saldi già inviati a Bruxelles con il Documento programmatico di bilancio. Perché l’idea del Fondo, che potrebbe essere inserito nel testo della manovra, ha una sua ragione d’essere è facilmente intuibile: da martedì scorso, quando il Consiglio dei ministri ha approvato l’impianto della legge, i partiti sono rimasti al buio sull’utilizzo delle risorse destinate agli interventi sul fisco. Già cinque giorni fa, Forza Italia e Italia Viva avevano provato a incrementare il bottino, chiedendo uno stanziamento maggiore, ma il ministro dell’Economia Daniele Franco aveva respinto la richiesta, dettagliando tutte le voci che compongono la manovra da 23,4 miliardi. Nel frattempo al fronte si è unita anche la Lega, con Matteo Salvini a chiedere più soldi per intervenire sulle tasse delle partite Iva, ma anche degli autonomi e dei precari, ancora degli artigiani e dei commercianti, oltre alla richiesta di alzare il tetto della flat tax fino a un fatturato di 100mila euro. Nulla da fare però: otto miliardi erano e otto miliardi resteranno, non un euro in più, è la linea decisa da Draghi e Franco. Il nervosismo dei partiti, però, va avanti e dall’entità dello stanziamento si è passato ai contenuti. Sempre il Carroccio, Forza Italia e i renziani chiedono di assegnare una parte degli 8 miliardi a una misura sull’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, con l’obiettivo di ridurne il peso con una serie di opzioni che distinguono tra le grandi imprese e gli autonomi. Al Tesoro non è stata presa ancora una decisione, ma la tendenza generale al momento è quella di privilegiare un altro intervento: il taglio del cuneo fiscale. Non è una differenza di nomi, ma di sostanza perché l’intervento sull’Irap sposterebbe la bilancia del beneficio tra lavoratori e imprese dalla parte di quest’ultime. Andare a toccare solo il cuneo, invece, avrebbe l’effetto esattamente contrario. Draghi sa che gli ultimi giorni prima dell’approvazione della manovra saranno i più delicati, quelli in cui la Lega, ma anche i sindacati, alzeranno i toni. Ma sa anche che ha gli strumenti adatti per contenere questa protesta e soprattutto per incanalarla in un’intesa che magari, anzi quasi sicuramente, non cancellerà il dissenso, ma che comunque non impedirà al Governo di approvare la manovra. Questa convinzione ha già una sua traduzione nel metodo che il premier si appresta ad adottare per chiudere i giochi. Incontrerà i sindacati e prima del Consiglio dei ministri ci sarà anche una cabina di regia con le forze di maggioranza. Sulle tasse si è detto. Sulle pensioni, l’altra questione spinosa, ripeterà a tutti che non si possono fare riforme organiche e costose, tantomeno in opposizione alla riforma Fornero. Non per questo non ci sarà attenzione a quei lavoratori che si troveranno nel guado per via dello stop di quota 100 a fine anno e dell’impossibilità di andare in pensione con i requisiti della Fornero perché non hanno ancora l’età anagrafica e gli anni di contributi necessari. Alla Cgil e alla Lega non piacciono le finestre intermedie di quota 102 e quota 104. Non è escluso qualche aggiustamento, ma piccolo, tale da non inficiare quel ritorno alla “normalità” che è rappresentato dalla riforma varata dal governo Monti nel 2011. Ecco perché l’ultima proposta del Carroccio è stata bocciata: quota 102, seguita da 103 e poi da 104, non è ritenuta accettabile non per l’ulteriore ammorbidimento dell’uscita dal mondo del lavoro, ma perché i pontieri leghisti che trattano con il Tesoro la legano a una quota fissa per l’età anagrafica - 64 anni - che è troppo lontana dai 67 anni della Fornero. Tra l’altro appare difficile, se non di fatto impossibile, aumentare gli anni di contributi necessari da 38 a 39 e poi a 40, per fare appunto quota 102, 103 e 104. Le possibilità di modificare lo schema messo a punto già giorni fa a via XX settembre sono ridottissime e comunque anche il Carroccio riconosce che bisogna trovare una soluzione “meno dannosa” possibile, preso atto che la loro quota 100 non sarà più attivabile dal primo gennaio prossimo. Chi sta lavorando a una possibile mediazione per trovare una soluzione ripete che “c’è ancora tempo”. Ma Draghi non vuole concederne più di tanto: il Consiglio dei martedì si terrà al m

Draghi avvisa i partiti: senza accordo i soldi per le tasse congelati

Al momento l’opzione è data al 50%, ma il fatto che sia stata già messa in conto mette ben evidenza un dato di fondo: Mario Draghi non vuole perdere tempo sulla manovra. L’opzione è quella che sta circolando nelle ultime al Tesoro e a palazzo Chigi: se i partiti di maggioranza alzeranno le loro bandierine sull’utilizzo degli 8 miliardi a disposizione per il taglio delle tasse, rendendo di fatto impossibile arrivare a un’intesa, allora i soldi finiranno in un Fondo. Congelati. Si deciderà cosa farne in un secondo momento, che potrebbe essere anche il passaggio parlamentare della legge di bilancio, ma intanto si procede, si approva la manovra, non si perdono ancora giorni a discutere e a litigare. Insomma i giochi non si riaprono, tantomeno i saldi già inviati a Bruxelles con il Documento programmatico di bilancio. 

Perché l’idea del Fondo, che potrebbe essere inserito nel testo della manovra, ha una sua ragione d’essere è facilmente intuibile: da martedì scorso, quando il Consiglio dei ministri ha approvato l’impianto della legge, i partiti sono rimasti al buio sull’utilizzo delle risorse destinate agli interventi sul fisco. Già cinque giorni fa, Forza Italia e Italia Viva avevano provato a incrementare il bottino, chiedendo uno stanziamento maggiore, ma il ministro dell’Economia Daniele Franco aveva respinto la richiesta, dettagliando tutte le voci che compongono la manovra da 23,4 miliardi. Nel frattempo al fronte si è unita anche la Lega, con Matteo Salvini a chiedere più soldi per intervenire sulle tasse delle partite Iva, ma anche degli autonomi e dei precari, ancora degli artigiani e dei commercianti, oltre alla richiesta di alzare il tetto della flat tax fino a un fatturato di 100mila euro. Nulla da fare però: otto miliardi erano e otto miliardi resteranno, non un euro in più, è la linea decisa da Draghi e Franco. 

Il nervosismo dei partiti, però, va avanti e dall’entità dello stanziamento si è passato ai contenuti. Sempre il Carroccio, Forza Italia e i renziani chiedono di assegnare una parte degli 8 miliardi a una misura sull’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, con l’obiettivo di ridurne il peso con una serie di opzioni che distinguono tra le grandi imprese e gli autonomi. Al Tesoro non è stata presa ancora una decisione, ma la tendenza generale al momento è quella di privilegiare un altro intervento: il taglio del cuneo fiscale. Non è una differenza di nomi, ma di sostanza perché l’intervento sull’Irap sposterebbe la bilancia del beneficio tra lavoratori e imprese dalla parte di quest’ultime. Andare a toccare solo il cuneo, invece, avrebbe l’effetto esattamente contrario. 

Draghi sa che gli ultimi giorni prima dell’approvazione della manovra saranno i più delicati, quelli in cui la Lega, ma anche i sindacati, alzeranno i toni. Ma sa anche che ha gli strumenti adatti per contenere questa protesta e soprattutto per incanalarla in un’intesa che magari, anzi quasi sicuramente, non cancellerà il dissenso, ma che comunque non impedirà al Governo di approvare la manovra. Questa convinzione ha già una sua traduzione nel metodo che il premier si appresta ad adottare per chiudere i giochi. Incontrerà i sindacati e prima del Consiglio dei ministri ci sarà anche una cabina di regia con le forze di maggioranza. Sulle tasse si è detto. Sulle pensioni, l’altra questione spinosa, ripeterà a tutti che non si possono fare riforme organiche e costose, tantomeno in opposizione alla riforma Fornero. Non per questo non ci sarà attenzione a quei lavoratori che si troveranno nel guado per via dello stop di quota 100 a fine anno e dell’impossibilità di andare in pensione con i requisiti della Fornero perché non hanno ancora l’età anagrafica e gli anni di contributi necessari. 

Alla Cgil e alla Lega non piacciono le finestre intermedie di quota 102 e quota 104. Non è escluso qualche aggiustamento, ma piccolo, tale da non inficiare quel ritorno alla “normalità” che è rappresentato dalla riforma varata dal governo Monti nel 2011. Ecco perché l’ultima proposta del Carroccio è stata bocciata: quota 102, seguita da 103 e poi da 104, non è ritenuta accettabile non per l’ulteriore ammorbidimento dell’uscita dal mondo del lavoro, ma perché i pontieri leghisti che trattano con il Tesoro la legano a una quota fissa per l’età anagrafica - 64 anni - che è troppo lontana dai 67 anni della Fornero. Tra l’altro appare difficile, se non di fatto impossibile, aumentare gli anni di contributi necessari da 38 a 39 e poi a 40, per fare appunto quota 102, 103 e 104. Le possibilità di modificare lo schema messo a punto già giorni fa a via XX settembre sono ridottissime e comunque anche il Carroccio riconosce che bisogna trovare una soluzione “meno dannosa” possibile, preso atto che la loro quota 100 non sarà più attivabile dal primo gennaio prossimo. 

Chi sta lavorando a una possibile mediazione per trovare una soluzione ripete che “c’è ancora tempo”. Ma Draghi non vuole concederne più di tanto: il Consiglio dei martedì si terrà al massimo giovedì, mentre è al momento “non escluso, ma assai probabile” uno slittamento rispetto alla data di martedì, ipotizzata la settimana scorsa. Due giorni in più non cambieranno la sostanza. Le porte di palazzo Chigi si apriranno per tutti, tutti potranno chiedere e rivendicare, ma alla fine i margini per ribaltare quello che in sintesi è stato già deciso cinque giorni fa sono assai ridotti, per non dire inesistenti. E anche il fatto che sempre la settimana prossima arriverà in Cdm il decreto per spingere l’attuazione del Recovery è un altro elemento che spiega l’atteggiamento di Draghi. Le urgenze sono tante e si accavallano tra di loro. Bisogna tirare dritto e archiviare o quantomeno contenere il più possibile una vecchia abitudine dei partiti: l’assalto alla diligenza. Come fare il premier già lo sa. 

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