Dopo Mattarella Parlamento e politica sono implosi. Vediamo se i partiti servono ancora

La larga convergenza sul nome di Mattarella quale capo dello Stato ha prodotto- per una classica eterogenesi dei fini - una vera e propria implosione degli schieramenti politici. Ad un centrodestra, come ha detto Salvini, che si è «squagliato come neve al sole» corrisponde la deflagrazione del M5S e la caduta di ogni speranza custodita dal Pd di costituire coi pentastellati un'alleanza di centrosinistra. Appare evidente che sia giunta a una delle stazioni più critiche la lunga crisi di potere dei partiti così come li abbiamo conosciuti. D'altronde, sarebbe difficile rendere conto della nascita del governo Draghi se non si partisse dalla constatazione che esso sia stato il risultato di un drastico ridimensionamento dell'autonomia della politica giunto a tal punto da determinare un vero e proprio blocco di sistema.       Tutto ciò non deve destare meraviglia in ragione del fatto che la storia della democrazia italiana coincide con la nascita e lo sviluppo della "Repubblica dei partiti". Essi hanno svolto dal 1945 un'importante azione di supplenza dello Stato sia attraverso un'intensa attività di formazione della classe dirigente che per mezzo di una costante opera di orientamento della pubblica opinione. Ad un certo punto, però, un tale processo si è inceppato fino a smettere di funzionare. È gioco facile individuare sia nella crescita dei poteri dell'Ue a scapito dello Stato che nella dilatazione della giurisdizione (la "giudiziarizzazione della politica") le cause principali dello svuotamento di ruolo e di credibilità delle élite politiche. Dalla perdita di potere alla demonizzazione di tutto ciò che ruotava intorno ai partiti il passo è stato breve con l'effetto di avere affidato al vento populista la selezione di una classe dirigente segnata da un elevato grado di mediocrità. In un clima siffatto, non vi è da stupirsi se da più parti oggi si crede - per dirla con quanto scrive il politologo Jason Brennan in "Contro la democrazia" - che «un governo di competenti sarebbe da preferire».     Terreno scivolosissimo. Un esecutivo di tecnici può esercitare una funzione tampone in uno stato di eccezione, ma non può mai rappresentare una soluzione a meno che non si vogliano percorrere strade illiberali. Che fare? Forse, vale la pena di ripartire da ciò che abbiamo appreso dalla storia delle democrazie ovvero che possono andare in sofferenza «in assenza di un costante equilibrio fra i risultati raggiunti nelle urne e la silenziosa fiducia espressa a governo e opposizione da parte dell'intero corpo elettorale». È la fotografia del caso italiano. Spetta a una classe politica che voglia recuperare il terreno perduto dimostrare di qui al prossimo anno che la democrazia non possa fare a meno della funzione dei partiti. Compito arduo, date le circostanze, ma non provare a portarlo a termine equivale a rassegnarsi al trionfo del populismo.

Dopo Mattarella Parlamento e politica sono implosi. Vediamo se i partiti servono ancora

La larga convergenza sul nome di Mattarella quale capo dello Stato ha prodotto- per una classica eterogenesi dei fini - una vera e propria implosione degli schieramenti politici. Ad un centrodestra, come ha detto Salvini, che si è «squagliato come neve al sole» corrisponde la deflagrazione del M5S e la caduta di ogni speranza custodita dal Pd di costituire coi pentastellati un'alleanza di centrosinistra. Appare evidente che sia giunta a una delle stazioni più critiche la lunga crisi di potere dei partiti così come li abbiamo conosciuti. D'altronde, sarebbe difficile rendere conto della nascita del governo Draghi se non si partisse dalla constatazione che esso sia stato il risultato di un drastico ridimensionamento dell'autonomia della politica giunto a tal punto da determinare un vero e proprio blocco di sistema.

 

 

 

Tutto ciò non deve destare meraviglia in ragione del fatto che la storia della democrazia italiana coincide con la nascita e lo sviluppo della "Repubblica dei partiti". Essi hanno svolto dal 1945 un'importante azione di supplenza dello Stato sia attraverso un'intensa attività di formazione della classe dirigente che per mezzo di una costante opera di orientamento della pubblica opinione. Ad un certo punto, però, un tale processo si è inceppato fino a smettere di funzionare. È gioco facile individuare sia nella crescita dei poteri dell'Ue a scapito dello Stato che nella dilatazione della giurisdizione (la "giudiziarizzazione della politica") le cause principali dello svuotamento di ruolo e di credibilità delle élite politiche. Dalla perdita di potere alla demonizzazione di tutto ciò che ruotava intorno ai partiti il passo è stato breve con l'effetto di avere affidato al vento populista la selezione di una classe dirigente segnata da un elevato grado di mediocrità. In un clima siffatto, non vi è da stupirsi se da più parti oggi si crede - per dirla con quanto scrive il politologo Jason Brennan in "Contro la democrazia" - che «un governo di competenti sarebbe da preferire».

 

 

Terreno scivolosissimo. Un esecutivo di tecnici può esercitare una funzione tampone in uno stato di eccezione, ma non può mai rappresentare una soluzione a meno che non si vogliano percorrere strade illiberali. Che fare? Forse, vale la pena di ripartire da ciò che abbiamo appreso dalla storia delle democrazie ovvero che possono andare in sofferenza «in assenza di un costante equilibrio fra i risultati raggiunti nelle urne e la silenziosa fiducia espressa a governo e opposizione da parte dell'intero corpo elettorale». È la fotografia del caso italiano. Spetta a una classe politica che voglia recuperare il terreno perduto dimostrare di qui al prossimo anno che la democrazia non possa fare a meno della funzione dei partiti. Compito arduo, date le circostanze, ma non provare a portarlo a termine equivale a rassegnarsi al trionfo del populismo.