Brunetta ha ragione, ma restiamo inchiodati a un bipolarismo fallito

L’idea di un’alleanza tra liberali, popolari e socialisti, lanciata da Renato Brunetta con un’intervista a la Repubblica, ha tuonato come una carica di tritolo alle falde di una montagna. L’invito di Enrico Morando al Pd di abbandonare l’intesa con i Cinquestelle per una svolta riformista ha avuto invece l’effetto di una brezza leggera che circoli a valle. In un caso e nell’altro non si è avuto alcun vero sussulto. L’esplosione ha sollevato una cortina di fumo, che la brezza ha diradato, ma la montagna della democrazia italiana è rimasta dov’è ormai da trent’anni, piantata nel suo equilibrio bipolare.Eppure le ragioni per uno switch c’erano e ci sono tutte. È cambiato il contesto internazionale. Le coordinate che definiscono il campo sono quelle dell’europeismo e del sovranismo, assai più di quelle storiche di sinistra e destra. I liberali, i socialisti e i popolari governano a Bruxelles e a Parigi, mescolati sotto diverse bandiere, in Germania proveranno a fare a meno della Merkel, ma la sostanza non cambia. La crisi della globalizzazione ha ridotto i motivi di contrapposizione tra le storiche polarità del pensiero politico: i mercatisti hanno capito che il mercato da solo non si regola, i progressisti che i diritti sociali non si fanno per legge, entrambi che il contratto tra governanti e governati non si fonda su promesse non mantenibili, che la sostenibilità include una quota di doveri anche per i cittadini, che la redistribuzione non è un’ideologia ma una conseguenza della crescita. Poi ci sono, è vero, gli estremi. Da una parte l’utopia postcomunista di Thomas Piketty e dei suoi emuli, e cioè l’idea di espropriare la ricchezza ingiusta con le supertasse, e dall’altra il protezionismo sociale delle destre etnonazionaliste. Entrambi giocano, senza saperlo e senza volerlo, per la stessa squadra. Ma in mezzo c’è una prateria enorme che si apre per le politiche riformiste e moderate, a volerla percorrere.Aggiungi che in Italia il bipolarismo ha fallito. Perché, fondandosi sul disconoscimento reciproco, è rimasto schiacciato a destra e a sinistra dagli estremismi che avrebbe voluto e dovuto disarmare. L’effetto di trent’anni di contrapposizione centrata sulla demonizzazione dell’avversario è un discorso pubblico infestato dalla demagogia: tutti i partiti di destra e di sinistra, tutti i giornali di destra e di sinistra e tutti i talk di destra e di sinistra sono in modo speculare populisti. Qui la delega, che vuol dire agibilità effettiva della politica, fa fatica a risollevarsi: perché i cittadini si sono in un certo senso radicalizzati, ciascuno a modo suo è convinto di avere ragione. La democrazia è ostaggio delle minoranze organizzate. Se pure Draghi l’ha riscattata con la prassi, il rapporto tra politica e società sta ancora nel punto in cui l’ha lasciato il demagogo Conte. Certo, il prestigio del premier, le riforme avviate, l’efficienza della campagna di vaccinazione, la fermezza contro i ricatti dei gruppi di pressione hanno dato prova che il cambiamento è possibile. L’idea che di questi tempi la libertà vada condivisa, piuttosto che rivendicata, si è imposta nella sfera pubblica e ha restituito un pizzico di fiducia a quella parte di società che è in grado di assumere quote crescenti di responsabilità: si rivede, per la prima volta dopo decenni, una parvenza di borghesia, ed è questo il vero miracolo compiuto dal governo in carica.Ma tra i partiti e i cittadini le cose non sono cambiate. Se qualcuno avesse dubbi, rilegga con spirito critico i temi e gli slogan della recente campagna per le amministrative. Anche a costo di veder crescere la truppa degli astenuti, la politica non rinuncia al suo arroccamento identitario: di qua i rossi, di là i neri. Anzi, più lo vede messo in discussione, più strenuamente lo difende. Perciò, anche se Brunetta ha il coraggio di dire ciò che non pochi nel suo partito e nella sua area pensano, il suo appello a liberarsi dei sovranisti è destinato a cadere nel vuoto. In Forza Italia, a cui è rivolto. E a sinistra, a cui il sovranismo della destra fa comodo, per sostenere in maniera credibile la sua impresentabilità. Prima ancora che nell’urna, la competizione si gioca sulla delegittimazione dell’avversario.Questo per dire che i partiti, da soli, proprio non ce la fanno. Non ce la fanno a chiudere questo trentennio di pseudo-ideologie, progressivo svuotamento di competenze e paralisi gestionale. Non ce la fanno a rimettersi in connessione con la concretezza delle sfide che pure gli stanno di fronte, la transizione energetica tra tutte. Da Berlusconi all’ultimo arrivato nell’agone, i leader in campo sono tutti figli di quella Seconda Repubblica che ha archiviato il compromesso, e ha visto implodere tutte le coalizioni del maggioritario nella confusione tra il dissenso politico e l’antipatia personale. Non a caso i nuovi soggetti politici, che pure in questi ultimi anni hanno occupato lo spazio terzo apertosi tra i due poli, sono caduti nella trappola delle rivalità e dei

Brunetta ha ragione, ma restiamo inchiodati a un bipolarismo fallito

L’idea di un’alleanza tra liberali, popolari e socialisti, lanciata da Renato Brunetta con un’intervista a la Repubblica, ha tuonato come una carica di tritolo alle falde di una montagna. L’invito di Enrico Morando al Pd di abbandonare l’intesa con i Cinquestelle per una svolta riformista ha avuto invece l’effetto di una brezza leggera che circoli a valle. In un caso e nell’altro non si è avuto alcun vero sussulto. L’esplosione ha sollevato una cortina di fumo, che la brezza ha diradato, ma la montagna della democrazia italiana è rimasta dov’è ormai da trent’anni, piantata nel suo equilibrio bipolare.

Eppure le ragioni per uno switch c’erano e ci sono tutte. È cambiato il contesto internazionale. Le coordinate che definiscono il campo sono quelle dell’europeismo e del sovranismo, assai più di quelle storiche di sinistra e destra. I liberali, i socialisti e i popolari governano a Bruxelles e a Parigi, mescolati sotto diverse bandiere, in Germania proveranno a fare a meno della Merkel, ma la sostanza non cambia. La crisi della globalizzazione ha ridotto i motivi di contrapposizione tra le storiche polarità del pensiero politico: i mercatisti hanno capito che il mercato da solo non si regola, i progressisti che i diritti sociali non si fanno per legge, entrambi che il contratto tra governanti e governati non si fonda su promesse non mantenibili, che la sostenibilità include una quota di doveri anche per i cittadini, che la redistribuzione non è un’ideologia ma una conseguenza della crescita. Poi ci sono, è vero, gli estremi. Da una parte l’utopia postcomunista di Thomas Piketty e dei suoi emuli, e cioè l’idea di espropriare la ricchezza ingiusta con le supertasse, e dall’altra il protezionismo sociale delle destre etnonazionaliste. Entrambi giocano, senza saperlo e senza volerlo, per la stessa squadra. Ma in mezzo c’è una prateria enorme che si apre per le politiche riformiste e moderate, a volerla percorrere.

Aggiungi che in Italia il bipolarismo ha fallito. Perché, fondandosi sul disconoscimento reciproco, è rimasto schiacciato a destra e a sinistra dagli estremismi che avrebbe voluto e dovuto disarmare. L’effetto di trent’anni di contrapposizione centrata sulla demonizzazione dell’avversario è un discorso pubblico infestato dalla demagogia: tutti i partiti di destra e di sinistra, tutti i giornali di destra e di sinistra e tutti i talk di destra e di sinistra sono in modo speculare populisti. Qui la delega, che vuol dire agibilità effettiva della politica, fa fatica a risollevarsi: perché i cittadini si sono in un certo senso radicalizzati, ciascuno a modo suo è convinto di avere ragione. La democrazia è ostaggio delle minoranze organizzate. Se pure Draghi l’ha riscattata con la prassi, il rapporto tra politica e società sta ancora nel punto in cui l’ha lasciato il demagogo Conte. 

Certo, il prestigio del premier, le riforme avviate, l’efficienza della campagna di vaccinazione, la fermezza contro i ricatti dei gruppi di pressione hanno dato prova che il cambiamento è possibile. L’idea che di questi tempi la libertà vada condivisa, piuttosto che rivendicata, si è imposta nella sfera pubblica e ha restituito un pizzico di fiducia a quella parte di società che è in grado di assumere quote crescenti di responsabilità: si rivede, per la prima volta dopo decenni, una parvenza di borghesia, ed è questo il vero miracolo compiuto dal governo in carica.

Ma tra i partiti e i cittadini le cose non sono cambiate. Se qualcuno avesse dubbi, rilegga con spirito critico i temi e gli slogan della recente campagna per le amministrative. Anche a costo di veder crescere la truppa degli astenuti, la politica non rinuncia al suo arroccamento identitario: di qua i rossi, di là i neri. Anzi, più lo vede messo in discussione, più strenuamente lo difende. Perciò, anche se Brunetta ha il coraggio di dire ciò che non pochi nel suo partito e nella sua area pensano, il suo appello a liberarsi dei sovranisti è destinato a cadere nel vuoto. In Forza Italia, a cui è rivolto. E a sinistra, a cui il sovranismo della destra fa comodo, per sostenere in maniera credibile la sua impresentabilità. Prima ancora che nell’urna, la competizione si gioca sulla delegittimazione dell’avversario.

Questo per dire che i partiti, da soli, proprio non ce la fanno. Non ce la fanno a chiudere questo trentennio di pseudo-ideologie, progressivo svuotamento di competenze e paralisi gestionale. Non ce la fanno a rimettersi in connessione con la concretezza delle sfide che pure gli stanno di fronte, la transizione energetica tra tutte. Da Berlusconi all’ultimo arrivato nell’agone, i leader in campo sono tutti figli di quella Seconda Repubblica che ha archiviato il compromesso, e ha visto implodere tutte le coalizioni del maggioritario nella confusione tra il dissenso politico e l’antipatia personale. Non a caso i nuovi soggetti politici, che pure in questi ultimi anni hanno occupato lo spazio terzo apertosi tra i due poli, sono caduti nella trappola delle rivalità e dei distinguo, rinunciando a trasmettere ai loro potenziali elettori la volontà e la capacità di condividere, tutti insieme, una responsabilità sulle sorti del Paese.

Ha ragione Brunetta, quando dice che la mancanza di una legge elettorale proporzionale è solo un pretesto per rinunciare. La verità è che il sistema politico è ingessato tra due disposizioni mentali: il non saper come fare e il non voler rischiare. È difficile dire quale dei due freni prevalga, di certo agiscono in sinergia. L’idea che la cosiddetta maggioranza Draghi possa nascere per una ricomposizione dell’attuale equilibrio delle alleanze, sotto la spinta dell’azione di governo e del consenso che cresce attorno a essa, è destinata a rivelarsi un’illusione. Lo scongelamento del sistema politico, dopo l’ibernazione dell’emergenza, rischia di riportare indietro le lancette della storia, dimostrando che nessuna supplenza istituzionale può riempire il vuoto di politica. Perciò pecca di esagerato ottimismo anche l’idea che l’elezione del premier al Quirinale imporrebbe un semipresidenzialismo de facto e promuoverebbe una maggioranza trasversale capace di spezzare il bipolarismo. Non è il potere istituzionale che può costituire una prospettiva politica, ma il contrario.

Vuol dire che un’egemonia riformista potrebbe nascere solo da una corresponsabilità coraggiosa che il sistema dei partiti non è in grado di assumere. Che i vertici della Repubblica non possono surrogare. Che le forze sociali non sembrano voler sostenere, impegnate come sono a estrarre rendite e dividendi per le loro corporazioni, anziché a farsi carico di doveri che il momento richiede. Trent’anni di contrapposizione binaria hanno scavato un deficit di cultura politica in tutti i potenziali serbatoi di responsabilità pubbliche. Senza uno scatto in avanti capace di fare massa critica – e nessuna risorsa repubblicana pare in grado di compierlo – l’Italia rischia di sprecare l’ultima grande occasione che ha davanti a sé.

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