Xi chiama Biden. Perché Pechino non ride

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“Non è un terzo mandato Obama”, ha giurato Joe Biden durante la sua prima intervista televisiva dopo le elezioni. All’emittente NBC, il presidente eletto degli Stati Uniti ha sottolineato che “l’America First ha significato un’America rimasta da sola” e ha spiegato che la sua amministrazione “rappresenterà un momento di rottura e di cambiamento radicale rispetto ai quattro anni di Donald Trump alla Casa Bianca”. Tuttavia, sarà anche una svolta rispetto agli anni passati da vicepresidente accanto a Barack Obama: “Oggi gli Stati Uniti affrontano un mondo totalmente differente”, ha spiegato riferendosi alla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 ma anche a un quadro geopolitico mutato.

Proprio oggi Biden ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Xi Jinping. La Cina chiede agli Stati Uniti di promuovere lo sviluppo “sano e stabile” delle relazioni bilaterali, nell’interesse della comunità internazionale, e di evitare gli scontri, ha detto dopo il colloquio il presidente Xi citato dall’agenzia di stampa Xinhua. “Si spera che entrambe le parti sostengano lo spirito di non conflittualità, evitino gli scontri, si rispettino reciprocamente, attuino una cooperazione vantaggiosa per tutti, si concentrino sulla cooperazione, gestiscano le differenze e promuovano lo sviluppo sano e stabile delle relazioni sino-statunitensi”, ha proseguito il presidente cinese aggiungendo che la Cina auspica anche una cooperazione con la comunità internazionale per la pace e lo sviluppo nel mondo.

Il Global Times, uno di più aggressivi media della propaganda cinese, ha definito il messaggio del presidente Xi come un accento posto da Pechino “sull’idea del nuovo tipo di relazione tra grandi potenze che era stato avanzato nell’era Obama”. È il tentativo di evitare altri quattro anni di aspro confronto. Ma non sembra una strada facile da percorrere. “I consiglieri di Biden mi hanno detto che prevedevano che Xi ci avrebbe provato e che Biden non avrebbe abboccato. ‘No reset’”, ha spiegato Gady Epstein, China affairs editor dell’Economist. D’altronde, sono molti i democratici che hanno fatto mea culpa rispetto alle aperture obamiane verso la Cina rendendo la minaccia di Pechino una preoccupazione bipartisan a Washington.

Come abbiamo raccontato su Formiche.net, anche Huawei, il colosso cinese protagonista del 5G, punta in un reset con gli Stati Uniti di Biden. Un’ipotesi però assai remota. Lindsay Gorman, emerging technologies fellow presso l’Alliance for Securing Democracy al German Marshall Fund, ha spiegato nei giorni scorsi a Formiche.net che, “dato il consenso negli Stati Uniti e il crescente consenso tra le democrazie sulla minaccia che i fornitori ad alto rischio rappresentano nell’infrastruttura critica 5G, è improbabile che vedremo un significativo passo indietro su questo tema”. Anche Brian Katulis, senior fellow del Center for American Progress, ha parlato a Formiche.net mettendo in guardia da tentazioni filocinesi anche il governo italiano: “Le crescenti preoccupazioni negli Stati Uniti per la strategia economica globale della Cina e i suoi sforzi di utilizzare la politica tecnologica per esercitare la sua influenza probabilmente emergeranno come un punto chiave nelle discussioni bilaterali Stati Uniti-Italia. Anche più che negli ultimi anni”, ha spiegato.

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