Tutti gridano alla bolla Bitcoin, ma banche e grandi aziende entrano alla grande nella criptovaluta. Dalla porta sul retro

rassegna stampa Business Insider Italia
Tutti gridano alla bolla Bitcoin, ma banche e grandi aziende entrano alla grande nella criptovaluta. Dalla porta sul retro
rassegna stampa quotidiani
costo business plan
farmacia di turno

Il crollo di Bitcoin ha fatto notizia. E rumore. Non fosse altro per l’altezza da cui si è sostanziato. In effetti, perdere il 28% in 30 ore rappresenta una correzione che può spaventare i meno dotati di sangue freddo. E, soprattutto, i meno dotati di memoria, al netto del ritorno sopra quota 34.500 dollari solo 24 ore dopo e senza grancasse mediatiche. Come mostra infatti questo grafico, in passato la criptovaluta ha patito almeno sei cali drastici di valutazione superiori a quelli occorsi a cavallo dello scorso fine settimana.

Bloomberg/CoinTelegraph

Di più, come fa notare CoinTelegraph, soltanto fra il 3 e il 4 gennaio Bitcoin ha perso il 20,4%, testando livelli al di sotto dei 28.000 dollari. Nessuno si lanciò però in de profundis e messe in guardia dal sapore vagamente millenaristico come quelle fiorite a fronte dell’ultima correzione da 39.000 a 30.100 dollari. Oltretutto, sostanziatasi nel pieno dell’aumento al massimo storico dell’open interest legato ai futures su Bitcoin, arrivato in quelle ore a 12,7 miliardi di dollari. Come mai? E, soprattutto, come mai l’ente di vigilanza del mercato britannico (FCA) ha sentito la necessità di mettere in guardia gli investitori con una dichiarazione ufficiale che è parsa a molti quasi un disclaimer pre-sottoscrizione: Con Bitcoin esiste il rischio di perdere tutto.

E giocando con titoli e opzioni su piattaforme di trading on-line come Robinhood, invece, questo rischio non esiste? Eppure, la FCA come la SEC o l’ESMA (la BaFin tedesca, dopo il caso Wirecard, meglio non citarla neppure) non hanno mai sentito il bisogno di intervenire così drasticamente, in modalità spazza-guai da terzinaccio anni Ottanta, contro l’abuso di strumenti finanziari “classici”.

Bitcoin comincia forse a dare fastidio, più a livello politico che finanziario? Sono in tanti a porsi la domanda, ultimamente. Non fosse altro, da quando JP Morgan nel suo ultimo report ha sì sentenziato che i livelli di valutazione raggiunti appaiono insostenibili già sul medio periodo (quelli del Nasdaq o dello Standard&Poor’s 500, invece, sono tutti assolutamente giustificati dai fondamentali, tipici di una pandemia) ma ha anche scoperchiato il vaso di Pandora, ammettendo che oggi la criptovaluta appare come il proxy più credibile del tasso di inflazione reale. Destinato quindi, se il tracciamento del prezzo di Bitcoin fa testo, a esplodere come conseguenza del Qe globale anti-Covid.

E se i rendimenti dei Treasuries statunitensi negli ultimi giorni paiono confermare la dinamica, questo grafico pare altresì sentenziare come quella di Bitcoin sia in effetti la madre di tutte le bolle.

Convoy Investment

Ma lo stesso curatore dello studio, l’ex analista di Bridgewater e poi fondatore di Convoy Investment, Howard Wang, pone anche la classica Colombo’s question, la domanda finale che il tenente dei telefilm rivolge al sospettato, rientrando dalla porta e che lo porterà a inchiodare l’interlocutore: Se Bitcoin è una bolla – e certamente lo è -, il sistema delle valute fiat non rappresenta forse una bolla ancora più grande a causa delle Banche centrali? E Bitcoin non è forse percepito come la ciambella di salvataggio a cui la gente comincia ad aggrapparsi, al fine di non annegare in tutta quella liquidità a cost zero?

Politica, allo stato puro. E, soprattutto, un segreto di Pulcinella ancora più inconfessabile della correlazione fra prezzo di Bitcoin e inflazione, tanto da richiedere l’intervento diretto di un’entità di regolamentazione come la FCA.

Se infatti è noto come siano i sempre maggiori investimenti di soggetti istituzionali a sostenere il rally della valutazione, trend ben diverso da quello quasi unicamente mediatico del 2016, meno nota è la modalità con cui alcuni insospettabili stiano già oggi utilizzando a piene mani Bitcoin come strumento di coperturahedging – proprio dal rischio di crash da eccesso di espansione monetaria e dilatazione della bolla equity.

Alla base di tutto ci sono questi due grafici, il primo dei quali mostra appunto come l’esplosione vissuta negli ultimi mesi dal Grayscale Bitcoin Trust (GBTC) – e il suo viaggiare con un notevole premio di Nav (Net Asset Value, di fatto il patrimonio netto di un fondo di investimento) – sia giustificabile soltanto dall’ingresso di quelle che un tempo venivano definite mani forti, le quali scelgono quasi obbligatoriamente l’investimento in fondi su Bitcoin e non l’acquisto diretto o di futures per motivi regolamentari.

Bloomberg

Il secondo grafico, però, mostra l’altra, enorme criticità che sta garantendo a questo processo sotterraneo di rimanere ancora carbonaro, quantomeno per i non addetti ai lavori. Anche l’operatività di soggetti istituzionali su Etf è infatti limitata da regolamenti e statuti, tanto che l’acquisizione di quote può avvenire solo sul mercato secondario e con un premio da pagare molto alto, un 15-20% che si sostanziava (ai prezzi record pre-tonfo) attorno ai 4.000 dollari per Bitcoin.

Bloomberg/Zerohedge

Ma se quel costo accessorio dovesse calare? O scomparire del tutto, alla luce di uno sdoganamento reale e totale di Bitcoin come strumento regolamentato di investimento, dove andrebbe a finire il prezzo della criptovaluta? E, di converso, quanto alta e nitida si sentirebbe la voce del bambino che urla come il Re del Qe, sia a livello di inflazione che di bolla, sia in realtà nudo?

Ma se questi appaiono oscuri tecnicismi per i non addetti ai lavori, chi opera quotidianamente sul mercato sa che già oggi la realtà è differente. Sempre più soggetti istituzionali, banche d’investimento comprese, stanno entrando a piedi uniti nel business di Bitcoin. Semplicemente, lo fanno utilizzando la porta sul retro. Come i ladri o gli amanti in fuga dai mariti rincasati in anticipo.

In gergo si chiama backdoor funding e solitamente fa riferimento ad attività di finanziamento che operano su partite di giro, al fine di non svelare la natura diretta del rapporto fra le parti in causa. Ed ecco che questo grafico mostra la performance di mercato di Microstrategy, azienda il cui core business è la produzione di software e app per la business intelligence aziendale.

Bloomberg

In orbita. E a cosa è dovuto un tale rally? Basta vedere le date: tutto ha avuto inizio quando il Ceo del gruppo, Michael Saylor, ha fatto outing rispetto all’investimento sistemico che Microstratetigy sta facendo in Bitcoin. Il 14 settembre dello scorso anno l’azienda rese nota per la prima volta la propria detenzione in Bitcoin, pari a 38.250 per una spesa totale di 425 milioni di dollari. Poi, il 21 dicembre, il varco del Rubicone: quando la criptovaluta valeva attorno ai 22.000 dollari, Microstrategy annunciò un’emissione obbligazionaria la cui finalità era quella dichiarata di finanziarie l’acquisto di altri 29.600 Bitcoin per circa 650 milioni di dollari. Insomma, addio circolo vizioso fra debito e riacquisto di titoli azionari, la nuova frontiera del post-buybacks è l’acquisto di Bitcoin finanziato tramite emissioni obbligazionarie (rese favorevoli e a prova di bomba proprio e paradossalmente dallo scudo della Fed, cioé da una Banca centrale).

In totale, al 21 dicembre scorso, Microstrategy aveva acquistato e deteneva ufficialmente oltre 70.000 Bitcoin al prezzo medio di 15.694 dollari l’uno. Ed ecco che questo ultimo grafico mostra come nientemeno che Morgan Stanley, nel quarto trimestre del 2020, ovvero in pieno boom da criptovalute, abbia aumentato la propria partecipazione azionaria in Microstrategy del 455%, detenendo oggi un pacchetto pari a oltre il 10% del totale.

Bloomberg/Zerohedge

Di fatto, la banca d’affari utilizza quella che all’esterno appare come una normale operazione di investimento in un’azienda ritenuta strategica o sottovalutata come un proxy per operare su e con Bitcoin. E questo è solo uno dei tanti casi, ancora coperti appunto dallo status di segreto di Pulcinella, proprio per timori legati a prese di posizione come quelle della FCA o all’impatto negativo che la fisiologica (e quasi ontologica) predisposizione di Bitcoin agli scostamenti bruschi può avere sugli investitori più conservativi, oltretutto al netto di grancasse mediatiche come quelle scatenatesi a seguito dell’ultimo tonfo.

Insomma, c’è tutto un mondo che ruota attorno a Bitcoin. Fatto di banche e grandi aziende, non più di nerd o complottisti. Per ora, però, la consegna rimane quella del silenzio. Magari, in attesa che qualche altro tonfo faccia scappare del tutto le anatre dello stagno. E, fatti calare i prezzi, consenta ai professionisti di poter giocare fra loro. Attenzione ai de profundis troppo affrettati, perché il rischio è quello opposto di una Spoon River di detrattori. Spesso interessati e spaventati.

Rassegna Stampa
Rassegna Stampa
Procedi al sito della fonte